R Recensione

8/10

Gianfranco Manfredi

Ma non è una malattia

Serpeggia da decenni la convinzione per cui la musica popolare italiana abbia dato il meglio fra 1960 e (volendo stare larghi) primi anni '80.

Personalmente ho sempre rifiutato di abbracciare in pieno tesi così perentoree, e per varie ragioni: in primo luogo, ipotizzare l'esistenza di una superiorità obiettiva in ambito artistico a mio avviso è sempre un'enorme forzatura. Foucault definiva ogni discorso come una forma di violenza esercitata sulle cose, e la teoria dimostra tutta la sua forza quando si imbatte in etichette di comodo appiccicate a una produzione sterminata, che nessuno può conoscere né aver approfondito in toto. In secondo luogo, diffido per natura delle epoche d'oro, nella sommessa ma radicata certezza che si tratti sempre di convenzioni elevate a verità storica.

Fatte le doverose premesse, mi contraddico subito precisando che, con tutti i limiti possibili, una distinzione è possibile, quando non doverosa. La scientifica impossibilità di graduare il valore delle opere d'arte non impedisce di collocarle e di analizzarne le risonanze culturali e storiche, oltre che la dimensione puramente formale. E allora affermo che se il cinema italiano dell'epoca neorealista rappresenta un momento irripetibile, la musica popolare ha seguito le orme della settimana arte – magari in tono leggermente meno trionfale e con un'eco mondiale minore – proprio nei decenni che collegano il boom economico al trionfo del solipsismo televisivo.

La canzone d'autore è il nostro terreno di caccia prediletto. Il perimetro entro cui l'intellighenzia italiana si è sempre mossa con disinvoltura, sulla scia di quanto elaborato dai cugini d'oltralpe.

Arrivo al punto: Gianfranco Manfredi è un cantautore sottovalutato (quando non dimenticato) che ha scritto pagine memorabili nel corso degli anni '70. Pagine nitide e di un'intensità non comune, capaci di fotografare il lento reflusso che ha sterilizzato gli ideali della controcultura. Manfredi è anche romanziere, fumettista, attore. Da tempo, a dire il vero, si dedica solo alla scrittura, e stando alle interviste più recenti non sembra intenzionato a tornare sul pentagramma.

Ma non è una malattia” è un album clamoroso, uno fra gli esiti più alti del cantautorato degli anni '70. Lolli racconta degli zingari felici, dall'alto della sua cultura superiore, della sua distimia nobile. Lolli è un poeta, che antepone la ricerca letteraria all'aspetto puramente musicale, a dire il vero spesso affidato ai collaboratori (tanto che, persa la loro spinta, la sua produzione risulterà spesso monca). Manfredi si iscrive nella medesima area culturale antagonista, ma è più defilato.

Il tono grottesco e l'amara ironia di versi e composizioni lo avvicinano ad autori meno etichettabili dal punto di vista politico: Rino Gaetano (che ricorda in alcune sfumature vocali e nella capacità di risultare al contempo sarcastico e toccante), se vogliamo forzare il paragone Faust'O, sotto alcuni aspetti Gaber. La title-track dice già tutto: fanfare festose, un andamento da sagra paesana (spettri di Capossela?), un testo surreale e carico di ironia dolorosa. “Agenda 68” - con citazioni di Tex e Topolino, arrangiata in modo bislacco con archi e mandolino – è una rievocazione agrodolce dell'anno della contestazione, che cartografa letteralmente la distanza che separa la seconda metà del decennio successivo dal movimento studentesco e dalle sue contraddizioni. “Nonsipà” e i suoi coretti fantozziani ante litteram si muovono sul medesimo registro umoristico, al confine fra nostalgia complice e reprimenda disillusa ai limiti del cinismo. “Quarto Oggiaro Story” - quasi recitata su sfondo ballabile alternato a intermezzi napoletani assurdisti – affonda il coltello nella stessa carne, demistificando la presunta superiorità culturale del battaglione sinistrorso, laddove questa si riduce a mera ostentazione (“la tua coscienza politica è un poco scarsa”..”rubi libri gialli, neanche belli, io ho il Kerouac, Garcia Marquez; memorabile anche il raffronto fra Ciccio e Ingrassia da un lato e Bertolucci, i Taviani e Scola dall'altro, così come lo sberleffo a Dario Fo – che me ne fo'?).

La seconda parte dell'album, pur non rinunciando all'ironia corriva dei primi brani, è più vigorosa in termini compositivi, regala ballate memorabili in serie (a metà fra Claudio Lolli e Rino Gaetano). “No More Masoch” è la plastica dimostrazione di come ogni distinzione fra letteratura e canzone d'autore sia solo la giustificazione di vacui elitarismi (come ha insegnato la vicenda del Nobel a Dylan). “Puoi sentirmi” ruba qualche idea al Battisti più progressivo e orientato all'atmosfera pura, se non al Sorrenti più arioso, e la sua angoscia stringe un po' lo stomaco. “Ma chi ha detto che non c'è” è uno fra brani definitivi sul 1977 (fra violenza – il “mitra lucidato” - ambizioni, manifestazioni - “i sanpietrini nell'incendio di Milano” - contraddizioni) e marca con qualche anno d'anticipo la rottura definitiva fra cultura antagonista e rigore ipocrita della sinistra parlamentare. “Il Mostro è uscito dal mare”, ballata pianistica quasi progressiva per concezione complessiva, rafforza il concetto (ogni ideale rivoluzionario finisce a prendere polvere in archivio) e tratteggia uno fra i momenti di lirismo più lucidi e densi dell'epoca, forse dell'intero paniere autoriale italiano. Alcuni versi sembrano pensati per il carrozzone di Renzi e la cosa, devo ammetterlo, un po' mi impressiona. 

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