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R Recensione

8/10

Mickey Newbury

'Frisco Mabel Joy

La saga dei cantautori americani assomiglia sempre più alla Storia Infinita, perché spuntano come funghi in autunno. E, cosa ancora più incredibile, sono quasi sempre bravi.

I cantautori sono la miglior incarnazione dell'America bianca, delle sue inquietudini, delle sue speranze: si liberano dal fango e ti portano a ballare lassù, sopra la cima del sole. La Storia del Grande Paese Democratico è filtrata attraverso i loro occhi severi ma gravidi di umanità e di intelligenza. Tutti noi, credo, abbiamo scoperto con ammirazione che i vari Young, Dylan eccetera eccetera...sono in grado di dare voce ai nostri pensieri privati, molto meglio di come potremmo riuscirci noi. I cantautori ci aiutano a varcare i confini dell'Io per condividere, è per questo che funzionano così bene.

Mickey Newbury è culturalmente figlio della San Francisco fricchettona e libertaria di metà anni '60, è una specie di hippie insomma, ma è anche fra i più grandi innovatori della musica country, una delle voci più personali levatesi dalla Baia dopo la fine della rivoluzione. Ha scritto pezzi per tutto il gotha: da Johhny Cash a Willie Nelson, passando per bluesman come B.B. King.

"Frisco Mabel Joy", pubblicato nel 1971, irradia luce e splendore in dosi tali che accostamenti con David Crosby, Neil Young o Glen Campbell non suonano blasfemi.

Il suo country dilatato e meravigliosamente astratto evoca anche il genio solitario di Tim Buckley. Ma qui si mastica la Storia dell'America, ed è questo che rende il disco così affascinante e carismatico.

"An American Trilogy" è una sorta di medley che consente di ripercorrere a grandi passi decenni e secoli di storia, cristallizzandone i momenti salienti.

Nerwbury "campiona" "Dixie", sonata da Ministrel Show partorita da qualche militante sudista prima delle guerra civile (e quindi sì, parliamo dell'ottocento); ecco quindi "All My Trials" è un vecchio spiritual, ampiamente decodificato e rivisitato dal folk movement; nel finale irrompe l'inno dell'esercito nordista. Mickey impregna la sua musica di una mitologia puramente made in USA, cartografando la distanza che separa la sua epoca da quella, altrettanto cruciale e rivoluzionaria, della Guerra Civile. Percepisce che l'aria è ancora elettrica, che il Popolo è fibrillazione, che forse si può liberarsi di nuove e più sottili forme di schiavitù. Il pezzo, all'epoca, fece scalpore: tanto che anche l'Elvis rigonfio e depresso degli ultimi anni iniziò a riproporla durante i suoi concernti, trasformandolo in un singolo di enorme successo.

Il resto del disco è un viaggio nel cuore di stati polverosi e infiniti, ma è anche una liberazione della catene stilistiche montate dalla tradizione, che apre squarci di psichedelia west-coast.

"How I Love Them Old Songs" è un country-blues formalmente reazionario, rurale e spartano nei mezzi. La voce di Mickey però gli regala una luce tutta nuova, a metà strada fra il primo Tim Buckley (quello terrestre di "Goodbye & Hello") e il David Crosby di If I Only. La coda strumentale è arcaica e piovosa, evoca scenari sudisti inquietanti, il Ballo di San Vito, le lunghe notti insonni della prateria.

La title-track è più ricca nell'arrangiamento: la chitarra langue solitaria, la voce rimbomba nel vuoto, un'armonica a bocca disegna montagne senza cima, cori gospel spettrali accentuano tensione e solennità. "How Many Times Must The Piper Be Paid For His Songs", meravigliosamente irrisolta, è uno spiritual che echeggia nel cielo, luminoso, malinconicamente affine ai trip più alieni di David Crosby. Mickey mette così tanta convinzione e anima che parlare di capolavoro diventa obbligatorio.

Il resto del disco sciorina riflessioni che sono insieme pastorali e lisergiche, filosofiche e umili.

Gli arrangiamenti (archi, tastiere) arricchiscono e completano le linee vocali west-coastiane e solenni, con tanto di steel-guitar e banjo. La voce di Mickey sembra voler esorcizzare scenari dolenti, ferite inconsolabili: il Futuro non sarà come ce lo aspettavamo, e ci coviene farci l'abitudine.

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