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R Recensione

9/10

Fabrizio De André

Storia Di Un Impiegato

Fabrizio De André (in collaborazione con Giuseppe Bentivoglio) recita in questo album la storia di una ribellione, sognata, tentata, fallita e, infine, paradossalmente riuscita. È la rivolta di un impiegato, simbolo della mediocrità della società borghese, quella italiana degli anni ’70, in cui, affianco alla violenza degli estremismi terroristici, lo spirito rivoluzionario del ’68 andava perlopiù sopravvivendo in azioni anarchiche, individualiste e sempre irrimediabilmente sterili.

Quello che De André ci presenta in questa opera è uno di questi di gesti, anarchico, individualista e anch’esso sterile, ma ricco di possibilità e passioni, e in tal modo vincente. Un impiegato ascolta, a distanza di cinque anni, una canzone del Maggio francese 1968, della grande rivolta collettiva nata nell’ambito studentesco e allargatasi a macchia d’olio nell’intera società occidentale. Una frase in particolare sembra echeggiare alle sue orecchie, “Per quanto voi vi crediate assolti / Siete lo stesso coinvolti”: è forse quel soggetto plurale cui il canto si rivolge, accusandolo di un’indifferente accondiscendenza al potere, a scatenare in lui una sensazione che ancora non riesce a spiegarsi totalmente, come un senso di responsabilità, come se quel voi travolgesse anche lui stesso. Si insinua così nella sua vita opaca di impiegato il prurito di una ribellione al potere, il pensiero di una rivolta si fa breccia nella mente, nonostante i tentativi di respingerlo (“Adesso è tardi / Adesso torno al lavoro”), e diventa una curiosità, un desiderio, una convinzione cui manca soltanto il coraggio, una volta trovato anche il senso (“Ci vuole pure un senso a sopportare / Di poter sanguinare / E il senso non deve essere rischiare / Ma forse non voler più sopportare”). La decisione è presa ormai, ma il vuoto del coraggio può essere riempito soltanto dall’immaginazione, così che il suo gesto di rivolta sarà progettato in un sogno.

Sarà un ballo mascherato il luogo dove il tritolo, protesi assassina delle sue mani, colpirà il potere, perché esso non ha identità, è protetto da una maschera dietro la quale vede tutto senza essere visto, e soltanto una strage, dove brandelli di carne si mescolino ai pezzi delle maschere distrutte, può essere la soluzione. Le maschere che danzano nel valzer hanno i volti ideali dei simboli della cultura occidentale nel suo declino: un Cristo drogato dalle tante sconfitte, una Maria nostalgica della natività ignorata da un Edipo che ha imparato la lezione, un Dante invidioso che spia nel letto degli amanti Paolo e Francesca.

La bomba è imparziale, perché il suo effetto sconvolge ogni equilibrio e non risparmia nessuno, soprattutto l’autorità del padre, privata del suo decoro, e la madre, martire per propria scelta, né l’amico che gli ha insegnato a ribellarsi. Ma il sogno prosegue e, quasi ormai incontrollato, racconta all’impiegato le conseguenze del suo gesto: al processo il giudice rivela il grande disegno che lo vedeva attore inconsapevole nelle mani stesse del potere. La sua vita è stata controllata fin dall’inizio dall’autorità, come se essa fosse un’entità astratta ed eterna che dirigesse la vita di ogni singolo individuo anche nel suo più piccolo gesto, e l’atto con il quale credeva di ribellarsi è invece ciò che determina il totale asservimento al potere per il quale egli si è fatto strumento, autore delle sue volontà, esecutore incosciente dei suoi delitti, potere egli stesso nel ruolo più basso, quello del boia. Ora egli può decidere il proprio destino, ma è uno scacco: è costretto a scegliere tra la condanna e l’assoluzione, dove la differenza tra le due si spezza, perché la libertà della decisione è limitata al carcere o alla servitù al potere.

Ne “La Canzone Del Padre” gli archi gridano al disopra delle note cupe del basso spargendo nel sogno dell’impiegato un fumo nero, come inquietudine, che lo trasforma definitivamente in incubo: è il cortocircuito della mente sognante che grida di fronte all’atroce gioco in cui l’ha incastrata il potere (“assoluzione e delitto, lo stesso movente”). Il giudice esige una risposta, anche se essa appare scontata: la tranquillità di una vita borghese fatta di “sogni che non fanno svegliare”, il posto di lavoro lasciato libero dal padre, quello di burocrate al servizio del potere, l’incoscienza felice che si distingue da quella vita tragica, fatta di eroismo e orgoglio, di chi non ha voluto scendere a compromessi, come Berto, “compagno di scuola”, che ha il coraggio grandioso di rifiutare anche l’autorità massima, quella di Dio (“Si fermò un attimo per suggerire a Dio / Di continuare a farsi i fatti suoi”).

L’impiegato ha scelto il compromesso, la mediocrità servile di una vita protetta e totalmente programmata, anche nelle passioni (“Con mia moglie si discute l’amore / Ci sono distanze, non ci sono paure”), il cui piano però s’incrina bruscamente portando tutto alla distruzione per mano, ancora una volta, di un figlio, stavolta svuotato da ogni passione, come fosse il risultato estremo della vita anestetizzata in cui è cresciuto. L’impiegato non riesce a trovare una colpa che vada aldilà della scelta che ha compiuto e tutta la sua rabbia impotente si esprime nella frase, tremendamente ironica, pronunciata a sé stesso di fronte alle fiamme che bruciano la sua vita: “questi i sogni che non fanno svegliare”. Prima che l’incubo svanisca del tutto, una promessa esce dalle sue labbra rivolta al giudice, la promessa di una vendetta.che renda giustizia reale a tutto questo orrore: una bomba vera, non più un sogno.

La maschera del potere prende la forma fisica del parlamento, di fronte al quale si dirige per gettare la sua bomba in uno stato di lucida follia, un gesto estremo contro ogni retorica di rivoluzione dettata dagli intellettuali, un’azione individualista e disperata che possa distruggere questa condizione di assurdità e restituire al potere il suo stesso terrore (“Qui chi non terrorizza si ammala di terrore, / C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo”). Ma il suo scopo fallisce, la bomba rotola giù dalla scalinata del parlamento, fa esplodere un chiosco di giornali e la sua immaginazione tocca l’onta più grande: sulle pagine dei giornali la donna che ama prende le distanze dal suo gesto e lo condanna senza alcuna giustificazione. In “Verranno A Chiederti Del Nostro Amore” le note dolci del pianoforte sembrano venire colpite con rabbia dalle dita, come se in quel suono si cercasse di esprimere tutto il dolore di un tradimento, quello della donna che ama, l’unica persona sulla quale riponeva fiducia, la sola che credeva l’avrebbe compreso.

È una lettera scritta dal carcere nella quale le lacrime sgorgano dall’impotenza e dal rimpianto, dal presente e dal passato, versandosi senza più alcuna pietà su ogni errore, sull’incomunicabilità che li ha sempre distanziati fino a dividerli (“Non sono riuscito a cambiarti / Non mi hai cambiato, lo sai”). Ma non riesce a dimenticare quanto grande sia stato il loro amore, lungo e indimenticabile, seppure non del tutto sincero, né infinito, e vorrebbe che anche lei non lo dimenticasse, che quando i giornalisti le chiederanno di descriverlo non si faccia trasportare dalla tentazione di raccontare falsità per renderlo un mostro, ma resti sincera, se non altro per se stessa, per la memoria di ciò che hanno vissuto assieme. Le chiede di non scordarsi che anche lei, come lui, è nel profondo del suo animo stanca di una vita mediocre: sono sempre stati i suoi occhi a rivelarlo, “Troppo stanchi di non vergognarsi di confessarlo nei miei / Proprio identici ai tuoi”, e lei ha costantemente cercato di nasconderli, di evitare quelli di lui, rendendo così più facile il compito di chi è riuscito a separarli, cambiandoli come non erano stati in grado di fare l’uno con l’altra (“Sono riusciti a cambiarci / Ci sono riusciti, lo sai”). E le chiede infine, fuori dal frastuono che si sta scatenando, cosa ne sarà di lei, se la sua vita resterà la stessa, senza sogni, ancora insoddisfatta, o se anche lei, finalmente, rischierà la tranquillità atroce cui è condannata per poter vivere veramente (“Continuerai a farti scegliere, / O finalmente sceglierai?”). 

È nel carcere infine, che, paradossalmente, la sua ribellione ha successo. È finita l’illusione di potersi ribellare da solo al potere, ha definitivamente rifiutato la possibilità di asservirsi ad esso (“Se fossi stato al vostro posto… / Ma al vostro posto non ci so stare”), è stato privato anche della sua stessa dignità, spazzata fino all’ultimo briciolo dal volto di lei, nel tribunale, che lo rende infine come un mostro (“Quel che dirà ve lo dico io: / Da un po di tempo era un po cambiato, / Ma non nel dirmi amore mio”).

Dentro il carcere, in mezzo a uomini nella sua stessa condizione, egli trova finalmente la comprensione che istintivamente ha sempre cercato, la condivisione dell’idea per lui imprescindibile che “non ci sono poteri buoni”, la vera, reale umanità, e da essa può imparare quello che fino ad allora aveva soltanto intuito, può capire quali sono stati i suoi errori, come se le esperienze di ogni detenuto fossero una grande, preziosissima saggezza: “E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali / Tranne qual è il crimine giusto per non passare da criminali. / Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane / Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”). Finalmente riesce a scoprire cosa fosse quella sensazione provata all’ascolto della “Canzone Del Maggio” e rimasta inspiegata: era un senso di appartenenza ad una collettività che il suo gesto di rivolta negava e che ora invece sente come irrinunciabile per poter compiere finalmente quella ribellione che lo ha ossessionato: l’individualità assoluta e sterile diviene quella pluralità di cui aveva ignorato l’importanza ed essa, insieme a quella rabbia mai estirpata, può finalmente far riuscire la rivolta comune, all’interno del carcere, e unire la sua voce alle altre nel pronunciare le parole della “Canzone Del Maggio”, permettergli di gridare la sua accusa, tutta la sua volontà di ribellione nell’istante stesso in cui la soddisfa, “Per quanto voi chi crediate assolti / Siete per sempre coinvolti!”.    

Storia Di Un Impiegato” è un concept album, un disco che potrebbe essere un romanzo, un’opera teatrale, un film. Ma De André ne ha fatto un insieme di canzoni, una musica che è riuscita a dare al linguaggio scritto qualcosa che forse una recitazione o un’immagine non sarebbero state altrettanto in grado di rendere. È difficile riuscire a definire cosa sia quel qualcosa, perché si tratta di quello che abbiamo di fronte agli occhi ogni giorno ma che spesso la rappresentazione necessariamente esclude dall’opera d’arte, è un grido brutale e reale, un’illusione violenta e quotidiana, è una storia comune, è la vita stessa.

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Voto degli utenti: 8,8/10 in media su 35 voti.

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Marco_Biasio (ha votato 10 questo disco) alle 13:21 del 15 febbraio 2010 ha scritto:

Il mio disco preferito di De André, da sempre. Cupo, tesissimo, disilluso. L'immagine della bomba che esplode "al ballo mascherato delle celebrità" l'ho sempre pensata come una metonimia di questo lavoro, fatto brillare tra le coscienze dei manifestanti ed, infatti, non capito. Non un momento di stanca, una narrazione spietata ed incalzante, ed una "Sogno Numero Due" quasi pasoliniana che rappresenta uno dei vertici del prog italiano anni '70 (alla faccia di chi diceva che Faber fosse un ottimo paroliere ed un mediocre strumentista!).

gull (ha votato 9 questo disco) alle 14:37 del 15 febbraio 2010 ha scritto:

RE:

Quoto ogni tua parola! Un disco pazzesco, alienante, alienato, profondo. Immenso.

Marco_Biasio (ha votato 10 questo disco) alle 13:23 del 15 febbraio 2010 ha scritto:

Fra parentesi, poi chiudo: nessuno ha mai fatto caso che il disco venga aperto da un verbo più che esplicativo come "lottavano"?

Roberto_Perissinotto (ha votato 9 questo disco) alle 10:50 del 21 febbraio 2010 ha scritto:

A mio avviso non il più bello di De André ma di sicuro quello che mi emoziona di più. Faber racconta e critica e accusa e fa poesia, in ogni canzone, con la stessa forza e intensità. Un disco di una cupezza profonda, che anche quando vira verso musiche più serene lascia sempre presagire un'enorme tensione di fondo. "Al ballo mascherato" è l'apice a livello di testo per crudezza e ironia, "Canzone del padre" un vertice emozionale difficilmente replicabile. Immenso De André.

Roberto_Perissinotto (ha votato 9 questo disco) alle 10:55 del 21 febbraio 2010 ha scritto:

E inoltre: terribilmente attuale.

rael (ha votato 9 questo disco) alle 11:34 del 26 febbraio 2010 ha scritto:

caro fabrizio!

mendustry (ha votato 10 questo disco) alle 18:52 del 7 ottobre 2010 ha scritto:

Il disco politicamente più alto della cultura italiana, un disco che dimostra come ogni regime abbia bisogno di fedeltà e deferenza: in assenza di queste c'è solo la galera. Peccato per il missaggio che in questo disco è pessimo...

La anarquia es posible.

dalvans (ha votato 7 questo disco) alle 15:31 del 23 settembre 2011 ha scritto:

discreto

Controverso

dissonante (ha votato 8 questo disco) alle 22:28 del 21 aprile 2015 ha scritto:

Un disco al quale sono tuttora affezionato, e che aben vedere non è neppure invecchiato malissimo, anzi in certe parti continua a suonare attuale o perfino profetico. I vertici emozionali sono "Verranno a chiederti del nostro amore" e la straniante, delirante, commovente, ipnotica "Canzone del padre", con violini che tagliano la carne come lame affilate.