Le Luci Della Centrale Elettrica
Per Ora Noi La Chiameremo Felicità
Alcuni punti da cui partire. Uno: difficilmente chi ha conosciuto Brondi dal demo ha apprezzato “Canzoni da Spiaggia Deturpata”. E a ragione. Quel disco annacquava, tra una produzione ingenerosa e interventi peggiorativi su testi e linee vocali delle canzoni, la violenta urgenza del demo. E dei pezzi nuovi solo “Per Combattere l’Acne” reggeva il confronto con gli altri.
Due: difficilmente una formula così particolare, basata su canzoni-non-canzoni e una scrittura ossessiva che dà l’impressione di germinare su se stessa per allucinate (e ripetitive) reazioni a catena, può funzionare due volte, se ripresa tale e quale. Com’è ovvio che sia: la proposta di Brondi fa della saturazione un motivo di poetica. Riempie, mitraglia, martella, parti del corpo diverse (cuore, palle) a seconda di chi trova di fronte. Perciò stanca molti. E perciò tra la resa live e la resa su disco c’è uno scarto maggiore rispetto alla media.
Tre: Brondi ha scelto di ripetere la formula. Coraggio, incoscienza. Per ora noi la chiameremo onesta fedeltà a se stesso. Lievi differenze, per la verità, ci sono, e fanno sì che questo disco suoni meglio del precedente, sebbene la mancanza di novità nell’impatto rischi di adombrare la maggiore qualità complessiva. Dovuta almeno a due ragioni. Prima: la produzione è di gran lunga più efficace, tanto che in certi frangenti si risente l’abrasività grumosa del demo, e il contributo strumentale di signori musicisti (Stefano Pilia, Rodrigo d'Erasmo, Enrico Gabrielli) fornisce un valore aggiunto decisivo. Pezzi come “Anidride Carbonica” (tensione nervosa → sfogo) e “I Nostri Corpi Celesti” mostrano arrangiamenti che fanno la differenza; lo stesso finale su archi di “Cara Catastrofe” (classica sua two-chords-song) dice cose nuove, più stratificate e intense.
Seconda: Brondi prova a scrivere canzoni, pezzi minimamente più ‘strutturati’ rispetto al passato. Ne ha già scritti (“Nei Garage a Milano Nord”, versione demo, resta il suo apice), e qui ne propone altri, facendo di nuovo centro. “L’amore ai Tempi dei Licenziamenti dei Metalmeccanici”, su arpeggi, organo e puntelli color crepuscolo, è la cosa migliore del disco, e una delle sue più penetranti. Il canto stesso si scioglie un po’ (“Quando Tornerai dall’Estero”, “Una Guerra Fredda”, con una coda quasi ‘melodica’), suonando meno ingessato (“Le Petroliere”).
La scrittura, tra tutti, appare l’elemento più bloccato. L’incrocio frenetico e la sovrapposizione per continue e abnormi metafore tra il vissuto quotidiano più prosaico (le sue cose, le sue pose) e il gergo dei telegiornali, le parole della crisi, le litanie dell’attualità che riempiono il vuoto di ogni giorno sono sempre tese, dense, incalzanti. Non c’è, come nel libro, narratività: il circuito è chiuso, tra un ‘tu’ mai specificato, un ‘noi’ che è generazionale ed infiniti a volontà che sparano immagini senza che niente si muova. Ogni tanto esce l’immagine più riuscita, che può pure strappare un sorriso («nei nostri sogni ricorrenti ci sono dei black-out perché ci sono troppi condizionatori accesi»), ogni tanto il riferimento all’attualità più stretta fa perdere un po’ di respiro, ogni tanto un accostamento più ardito scivola verso l'auto-parodia.
Ma chi legge queste righe sa già cosa aspettarsi, e sa pure se lo amerà o meno. Ora che ci ha dato il disco che “Canzoni da Spiaggia Deturpata” non fu, o fu solo a metà, vediamo cosa ne sarà di Brondi: gli anni zero sono finiti.
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