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R Recensione

7/10

Piccola Orchestra Karasciò

Qualcosa mi sfugge

La Piccola Orchestra Karasciò torna, a distanza di quattro anni, con un nuovo lavoro in cui, ancora una volta, le canzoni sono accompagnate da un racconto, in questo caso suddiviso in brevi mini racconti che seguono ogni brano, creando un concept album, dove il filo conduttore si svela nel racconto “Storia del Sig. P.”.

Il disco si apre con un titolo che è quasi una dichiarazione di intenti (oltre che una citazione di Guccini), “A canzoni non si fan rivoluzioni”, un brano dal sapore folk rock guidato dal suono della fisarmonica, a cui segue lo slow reggae di “Luna”, il racconto di un sogno di evasione dalla realtà che ci circonda. E la descrizione di questa realtà che ci propone Paolo Piccoli (autore dei testi e voce della band) è quella di una società che scivola verso un lento ed inesorabile degrado. Una società composta dagli uomini descritti in “Telecommando”, una canzone d’autore dal sapore rock, dove il protagonista è l’uomo che rinuncia a vivere in prima persona la propria vita, vivendo quella riflessa nello schermo del televisore: è il rivoluzionario da divano col telecomando in mano.  

Se “Respira” è un invito a combattere contro il malessere che si annida in noi stessi, cercando la forza per resistere dentro di noi, “Resisto” è un invito a reagire a ciò che ci circonda, e che non sempre è come vorremmo. Si percepisce in sottofondo in questi testi il malessere di vivere dell’uomo contemporaneo, raccontato anche in “Qualcosa mi sfugge”, malessere provocato dal passare del tempo e dall’impossibilità di afferrare tutto ciò che ci passa davanti. Ma quello che ci sfugge è soprattutto il senso del nostro essere qui, del nostro correre.

Da questo malessere nasce probabilmente il desiderio di eliminare tutto il superfluo, descritto in “Comemammamihafatto”, un invito ad eliminare non solo le cose superflue, ma anche le idee e le sovrastrutture che noi stessi ci costruiamo e in cui restiamo ingabbiati. Un testo che richiama a suo modo tematiche tipicamente gaberiane, approfondite in “Tabularasa” (“Se potessi cancellare dalla mente tutto quello che non serve, avrei spazio per nuovi orizzonti, nuovissime filosofie”). La domanda delle domande, che ci siamo venuti a fare qui?, ricorre infine apertamente in “Passa il treno”, un treno che raffigura l’inesorabilità del passare del tempo e l’impossibilità di fermarlo, e nella conclusiva “Briciole”, la consapevolezza infine che non siamo niente (“siamo polvere su una palla gigante, siamo briciole sulla tovaglia di Dio”). Ancora una volta,  qual è il senso del nostro essere qui? Forse porgersi questa domanda è l’unica cosa che ci differenzia da quel nostro antenato primate che ci guarda pensieroso dalla copertina del disco.

Un lavoro importante, in cui alla profondità dei testi si accompagna una musica leggera, piacevole, che passa dagli accenti folk alla canzone d’autore più classica, suonata con perizia da un’ottima band (Fabio Bertasa chitarre, Roberto Nicoli basso, Francesco Moro fisarmonica, Marco Cossali batteria e percussioni).

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Giuseppe Ienopoli (ha votato 8 questo disco) alle 21:55 del 15 giugno ha scritto:

Proposta musicalmente gradevole ma ricca di spunti di riflessione necessaria in questi tempi di riflusso ... "qualcosa mi sfugge" è una sensazione che se avvertita non va poi trascurata.

Insomma, vale la pena farsi delle domande anche a rischio di non darsi risposte ... per pigrizia ovviamente!

La Piccola Orchestra ci prova e fa bene ... aspetto già il prossimo.