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8/10

Jacques Brel

Ces Gens Là

Passare al setaccio la discografia del Grand Jacques è come per un sub scovare una nave pirata nei fondali: puoi imbatterti in un tesoro dietro ogni angolo.

Arriviamo al dunque: al genio belga “questa gente” non garbava più di tanto. Ma a modo suo la amava, forse la massacrava proprio per amore. Ovviamente si tratta della sua gente, della buona borghesia del “paese piatto” che tanto aveva condizionato la sua adolescenza perbenista e conformista, prima di diventare il bersaglio prediletto dei suoi strali tutti sudore e palpitazioni del cuore.

Jacques Brel (Ces-Gens-Là)” vede la luce nel 1965, quando Brel è star di prima grandezza del firmamento della canzone di lingua francese e non solo. E per molti fra i suoi esegeti, sul piano della scrittura, questo disco non teme confronti.

La title-track è una scheggia di futuro impazzita: Jacques sposta avanti le lancette della storia e adocchia il Miles Davis rivoluzionario di “In a Silent Way”. Esagero? Non credo. Concedete una chance a quelle trame sonore minimali e silenziose, oscure e felpate, percorse da una sottile inquietudine: una sorta di jazz futurista che si incastra dentro il pop dalle tinte gotiche di Jacques.

Il suo lungo monologo, che nei live si trascinava in una recitazione furiosa, travolgente, dipinge un ritratto fedele al titolo. Jacques non si limita ad additare, ma scava dentro di sé, consapevole che la storia delle anime ritratte è anche la sua storia: una saga di grandi solitudini, di incomprensioni, di persone sopraffatte da una vita che li prende senza prima essere scelta. E poi il lavoro, e poi il fratello maggiore che ha bevuto a tal punto che “non fa più niente delle sue dieci dita”, e poi Frida che è troppo bella ma un giorno dovrà partire. Per queste persone, che sognano di essere ricchi, che “amano apparire” ricchi, Jacques non pensa. Prega: e in effetti la canzone ha la forma di una lunga e lugubre preghiera, rivolta in tono confidenziale al suo Signore (spesso invocato nei suoi brani: basti pensare al valzer "Le Bon Dieu")

Gli altri pezzi, a dispetto di liriche non sempre pregne di allegria, musicalmente sono più vividi e leggermente più standard; ispireranno tutti gli Scott Walker del futuro, quantomeno gli Scott Walker che architettano paesaggi orchestrali pieni di sfumature, cambi di tono e riffs degli strumenti a fiato.

Tutto qui si presta a enfatizzare la recitazione di Brel, sempre più a suo agio nei panni dell’attore: “Grand-mère” è un'altra immersione nella storia della famiglia, nel suo mondo. Musicalmente vive di continui cambi di tono, brillante e fastosa, mentre la minimale “Fernand” ha un passo così drammatico che piano piano ti stringe le viscere fra le mani (Jacques trasformava ogni pezzo in una sorta di dedica in chiaroscuro, il suo tono perennemente confittuale è straordinario nel tradurre i dettagli del racconto, le sue più piccole sfumature). L’ampia strumentazione consente di Brel di costruire orchestrazioni movimentate, quasi a ritmo di marcia, da cui prenderanno qualcosa (o molto) tantissimi grandi del futuro.

Il pezzo conclusivo, “Les désespérés“, torna dentro il cerchio della malinconia. Si tratta di una classica ballata accompagnata da un pianoforte delicato, mentre sullo sfondo gli archi stendono un velo lieve di tristezza. La voce di Jacques è sempre come un romanzo, si immerge fino alle orecchie nella vicenda, nel personaggio, nei suoi travagliati percorsi interiori.

 

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