John Fogerty
The Blue Ridge Rangers Ride Again
Se c’è una cosa che abbiamo imparato dalle ceneri dei Creedence è che quando John Fogerty smette di fare il cattivo e assume un atteggiamento tranquillo, mieloso e felice, un po’ di sangue al cervello sale. A partire dalla copertina di questo Blue Ridge Rangers Rides Again, eccessivamente commemorativa e rilassata. Il disco si propone di riprendere il progetto dei Blue Ridge Rangers, gruppo formato dal solo Fogerty nell’immediato post-Creedence. Il “gruppo” diede alle stampe più di trent’anni fa un disco eccessivamente pretestuoso e dall’esito commerciale a dir poco infelice. Fogerty, dopo aver risolto le mille controversie con la sua vecchia etichetta, rispolvera il concept del disco, prendere una manciata di pezzi country e reinterpretarli secondo le proprie corde, facendosi accompagnare nel breve viaggio da illustri ospiti.
Si parte con la bucolica Paradise, originariamente firmata da John Prine, che qui assume connotati alquanto infelici ed eccessivamente forzati. Garden Party è una delle cover meglio riuscite dell’album e, a parte la presenza ai cori dei due Eagles Timothy B. Smith e Don Henley, ciò che brilla è la capacità di Fogerty di saper gestire i momenti più intimisti e di riscaldare i cuori degli ascoltatori con la sua armoniosa voce. Il punto debole del disco, e che in parte era anche quello di trent’anni fa, rimane la scelta del repertorio. Pezzi minori e inflazionati del country americano mettono a dura prova l’ex Creedence rendendo il disco, se pur suonato ottimamente, alquanto noioso e ripetitivo negli arrangiamenti.
Sarà anche per questo che l’altro pezzo che brilla di originalità è la sua Change In The Weather, una delle ultime perle prodotte dai Creedence. L’acclamato duetto con Springesteen in When will i be loved, pur risultando uno dei migliori pezzi del disco, si porta dietro una piccola discrasia tonale tra la voce di Fogerty e quella del boss. Nel complesso risulta un disco piacevole, con un po’ troppo zucchero e che dopo un po’ disgusta. Mr. Fogerty ci ha abituato ad altro ed è questo “altro” che vorremmo tornare ad ascoltare.
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