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R Recensione

5,5/10

Robert Ellis

The Lights From the Chemical Plant

Un passato come interprete di pezzi classic-country, fino alla conquista della posizione di autore: questa la parabola del venticinquenne Robert Ellis, musicista con i piedi (e la testa) ben piantati a Nashville, alle prese con il terzo album The Lights From the Chemical Plant.

Un disco che si nutre di umori “rooted”, declinando in undici brani una personale interpretazione country-rock/Americana che, nella pulizia formale ed esecutiva a tratti pedante, non manca di regalare qualche spunto d'originalità. A fianco del formalismo insipido di pezzi come TV Song, del già sentito insistente di una Bottle of Wine, o del tradizionalismo spinto -per quanto contaminato di cadenze jazzy- di Pride, fanno da contraltare buoni pezzi come Still Crazy After All These Years, che crea un ibrido classicista che non manca però di omaggiare i primi Wilco, Good Intentions, rinvigorita dal torpore che attanaglia l'album da una sensibilità melodica superiore, o come la garbata ballata di Steady As the Rising Sun.

Se da un lato questo The Lights From the Chemical Plant ricorda -seppur trasposta su lidi country- la calligrafia di un duo come Ben Sollee e Daniel Martin Moore, dall'altra il disco non riesce ad ingranare la marcia che servirebbe ad Ellis per far spiccare la sua proposta: nel complesso ci troviamo di fronte ad un lavoro ben prodotto (Jacquire King in studio), ottimamente eseguito ed arrangiato, ma a cui manca la tensione contemporanea capace di far dire qualcosa agli undici brani in scaletta.

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