Marissa Nadler
Marissa Nadler
Pensate ad una gentildonna di fine ottocento, abbastanza aristocratica ed anticonformista da viaggiare da sola nella sua diligenza, con un baule pieno di vecchi libri e di nuovi spartiti intonsi, per le tratte polverose del lontano west, alla ricerca dei suoni e delle voci della mitica frontiera. Senza paura di sporcarsi le vesti fini ed merlate, né di lasciarsi bruciare i pensieri dalla sabbia e dal sole, dai miraggi e dal sopore che possono creare. Questa è la nuova Marissa Nadler, quella che abbiamo imparato a conoscere con Little Hells e che si riflette con ancor più specchiato nitore nel nuovo album. Non a caso, per la prima volta, porta il suo nome e cognome. Un viaggio musicale alla base del quale è facile rintracciare un’immediata corrispondenza fisica ed esistenziale. La Nadler negli ultimi anni ha effettivamente cambiato domicilio, trasferendosi dall’originario Massachussetts, terra dei primi pellegrini e teatro immaginario ed evanescente delle memorabili di ballate di The Saga Of Mayflower May, alla California. Go west young lady! Lungo la rotta sulla quale il Paese fondato sul diritto alla felicità profuse il suo primo lunghissimo respiro.
Un viaggio lento, cadenzato, profondo, di quelli di una volta, di prima della ferrovia, di prima del motore, che ha dato modo al suo stile di trascendere, a poco a poco, di arricchirsi impercettibilmente, senza mai perdere del tutto quella poetica frugalità che aveva reso, fin dagli esordi, la voce di Marissa una delle più affascinanti e peculiari nella folk renaissance d’inizio millennio. Un alone di pallido lucore filtra ora, con crescente insistenza, dalle cortine del dormiveglia, attraversando le nebbie e i chiaroscuri brumosi; sfumature western (in senso geografico), afrori west-coast e soffici psichedelie arricchiscono il suo dream-folk dall’impianto tradizionale e dalle atmosfere gotiche e vittoriane. Prodotto da Brian McTear per l’etichetta personale della Nadler, la Box Of Cedar, e interamente suonato da lei a quattro mani con Carter Tanton dei Tulsa, l’omonimo è il disco che scioglie definitivamente le potenzialità melodiche insite nella propria scrittura e le sublima in arrangiamenti più vari e cromatici (slide, synth di quelli vintage, tastiere, qualche accordo d’elettrica, qua e là una viola o un vibrafono), sebbene tenui, pennellati.
L’apice lo tocca probabilmente con “Baby I Will Leave You In The Morning”, vero e proprio capolavoro del nuovo corso, melodia fluente, aperta, sixties, ritornello melò spettacolare che sarebbe piaciuto a Lee Hazlewood, ammaliante, a dir poco l’uso del mellotron che fiorisce in sottofondo e raggiunge cuspidi degne del penetrante leit-motiv di “Kill Bill”. Caliginose atmosfere pop d’altri tempi che diradano pure le perturbanti quinte di synth e cori di “Wedding”, permeano l’epica quasi nashvilliana di “The Sun Always Reminds Me And You” con le sue profonde venature di slide, rasentano Hope Sandoval in “In A Magazine”. Più seriche e solari le tradizionali “In You Lair, Bear” e “Wind Up Doll”, centrate sul suo inconfondibile picking ipnotico e insistito, mentre la contaminazione sonora e lo scarto rispetto al passato si percepisce chiaramente in “Mr John Lee Revisited”, un classico di The Saga Of Mayflower May suonato nel nuovo stile. Le antiche fantasmagorie, i personaggi fantastici, i ritratti dagherrotipici vengono trasfigurati nella deliziosa parure corale di “Daisy Where Did You Go?” e nel country fiabesco e crepuscolare di “Little King”, un racconto per bambini ritmato dal banjo.
La nuova Nadler “californiana” conferma il suo fascino irreale fuori dal tempo - come una signorina con l’ombrellino da sole e la gonna lunga che solletica la battigia a spasso per le spiagge gremite di bagnanti - rendendosi al contempo più accessibile anche al di fuori del circuito folkster. Una farfalla colorata sbocciata dal suo morbido bozzolo.
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