Battle Of Land And Sea
The Battle Of Land And Sea
Fate l’amore, non fate la guerra.
Sarah O’Shura e Joshua Canny sono due giovanotti di Portland, nell’Oregon, già pittoresca terra d’origine di band illustri come i Decemberists o di solisti della caratura del compianto Elliott Smith. A vederli, lui, barba, baffi e basco in testa, o lei, una sorta di donzelletta che vien dalla campagna dagli occhi espressivi e dai lunghi capelli neri, che potrebbero ricordare alla lontana l’indimenticabile Grace Slick dei Jefferson Airplane, sembrerebbe proprio di essere tornati indietro nel tempo, quando Woodstock fremeva di eccitazione per la mobilitazione giovanile anti-bellica (divampava furente il conflitto vietnamita) e, fra i tanti capolavori dell’epoca, impazzava “Surrealistic Pillow”. Li chiamavano hippie, quei ragazzi che invitavano a piantare fiori nei cannoni, nel nome della pace, della fratellanza e dell’erba fumata in comune.
Ma l’aspetto esteriore è tutto quello che può accomunare i due partiti.
Sì, perchè il duo, riunitosi assieme sotto il bel monicker Battle Of Land And Sea, ha decisamente più affinità con i trascorsi cantautorati di Portland, più che con i manifesti sessantottini. Voce, chitarra e, sporadicamente, banjo: niente percussioni, niente bassi, niente pianoforti, menchemeno effetti elettronici. È sufficiente questo, a Sarah e Joshua, per strimpellare dal profondo dell’animo, in appena trentadue minuti, le corde umorali di ognuno di noi con questo omonimo, bellissimo esordio sotto Notenuf, “The Battle Of Land And Sea”. Il folk cantautorale proposto dai ragazzi ha poco da spartire anche con lo stesso pseudonimo da loro scelto: non c’è niente di eccessivo, chiassoso o magniloquente ma, anzi, per quanto possibile, è tutto ridotto all’osso, puntando più su intense vibrazioni canore, sporcate appena da semplici giri di chitarra.
Tuttavia, mentre l’estrosa personalità di Colin Meloy (Decemberists) prediligeva la stesura di vere e proprie fiabe sotto una sezione strumentale raramente scarna, più incline, al contrario, alla festosità di una colorata sagra paesana, e Elliott Smith si rifugiava nei propri abissi interiori con un songwriting malinconico e toccante, i Battle Of Land And Sea scelgono di appropriarsi della formula smithsiana con tutta la delicatezza e la genuinità degli esordi semplici, mediante otto canzoni che sembrano scritte da una donna al porto, aggrappata al parapetto, con lo sguardo perso all’orizzonte, capelli al vento, illuminata da un dolce tramonto, in liturgica attesa di un ritorno quantomai sperato, e quantomeno possibile. Malinconia sì, dunque, ma con una vena di speranza che tende sempre più ad emergere nella seconda metà del disco. Dolci perle, mai invasive, sussurrate con emozione e trasporto.
In “Saltwater Queen”, piccola sonata per voce e chitarra, si percepisce tangibile una tristezza autunnale, cinta da densi banchi di nebbia, dove i riverberi acustici delle sei corde si perdono nelle foschie lattiginose della brughiera. Con “The Beautiful Ones”, i due affrontano invece quella sinergia gioconda che può essere solo sprigionata dalle foglie ingiallite che cadono dagli alberi, in un panorama giallastro. “Harden My Heart”, invece, è una canzone d’amore come se ne facevano solo una volta, sincera e senza fronzoli. Con la voce di Sarah O’Shura ad inerpicarsi su per la vostra colonna vertebrale e a ciondolare dolcemente giù, con le stille di rugiada che colano impercettibili.
I due danno prova di giocare anche con la psichedelia low-fi à la Animal Collettive nella meravigliosa “I Built The Sea”, dove linee vocali e impalcature strumentali si separano nel refrain, tramortite da balugini rossastre, in un fiorire di acide dissonanze, senza comunque perdere la grazia che le contraddistinguono. E con una chiusura come “You Are A Sailor”, vera e propria ballata dal retrogusto amarognolo che parla di mare e di partenze insolute con sussurri salmastri, non si può che amare questo lavoro.
Perché cogliere la bellezza delle piccole cose riesce a pochi, ormai.
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