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R Recensione

6/10

Ben Sollee and Daniel Martin Moore

Dear Companion

 Ben Sollee e Daniel Martin Moore formano una coppia anacronistica, in bianco e nero (sarà per la copertina?), perlomeno in questo loro nuovo lavoro Dear Companion, il quale esibisce un'ottima padronanza di un folk purista e tradizionale, rigorosamente acustico e rurale, scarno ed essenziale.

Il folk, nelle mani di Sollee e Moore si riscopre inoltre come strumento prettamente ed esplicitamente politico, di denuncia: in appoggio del movimento Appalachian Voices l'album si presenta come una campagna di protesta contro il “mountaintop removal”, ovvero quel processo di tragica devastazione di foreste e montagne finalizzato all'estrazione del carbone.

Ed è proprio una splendida foresta che appare aprendo l'elegante confezione del disco, creando un effetto di netto contrasto con le immagini di devastazione contenute nel libretto.

Un appello accorato e una poetica impegnata, nonché richiami sonori alla tradizione folk locale, sono le colonne portanti di un lavoro cesellato, limpido e suggestivo.

Il crescendo di Something, Somewhere, Sometime mette in luce quelli che sono gli elementi portanti dell'album, in particolare la chitarra arpeggiante di Moore e il violoncello di Sollee, impegnati a ricamare e colmare di fraseggi e armonie lo scorrere del brano, dipingendo paesaggi rurali e teneramente familiari, su cui è sempre incombente, purtroppo, il peso di una minaccia, l'inesorabilità della fine. My Wealth Comes To Me ci introduce in un mondo di quiete e silenzio, dove spiccano gli elementi corali tanto in voga nel contemporary folk del nuovo millennio, ricordando i soliti Fleet Foxes, questa volta però meno indie e più austeri (più autentici?). Needn't Say A Thing rompe con l'atmosfera seriosa che fin qui aveva sotenuto i brani per darsi ad un andatura saltellante e spensierata, attraversata dallo scivolare dolce della steel-guitar. Tutt'altro che spensierati sono i testi, sempre impegnati a ricordare l'importanza e la bellezza dei beni comuni, delle montagne e delle foreste destinate a diventare aridi deserti. “This is only a song, it can't change the world”. Questa è la consapevolezza che pervade l'album. Ma esiste una via d'uscita: “so why try, why even sing at all? 'cause there is beauty in freedom, and folks like me came over on boats, flew in on planes, crawled under fences and fought wars just ti fond a place to be free

Dopo l'enfatico richiamo di Dear Companion ecco far capolino la poetica di Nick Drake in Flyrock Blues, per un pezzo morbido e disteso, dal susseguirsi di strofe accompagnate dagli arpeggi fluenti della chitarra di Moore, impegnata anche nella suggestiva Try, altra piccola gemma d'altri tempi di questo lavoro.

Va dunque apprezzata la devozione che permea e dona senso a questo Dear Companion, capace di recuperare gli elementi più propri e autentici del folk: l'autenticità, i rimandi alla tradizione orale, il localismo, la semplicità, la grazia, le tematiche impegnate. Va anche apprezzato il sano manierismo e la cura formale con cui sono levigati tutti i brani.

Tuttavia esistono dei limiti specifici di questo album, tra cui il non saper andare oltre a forme stilistiche e linguaggi già ampiamente esplorati (da Bob Dylan, a Nick Drake, ai Fairport Convention fino ai recenti tentativi di revival), producendo un album poetico, colmo di sensibilità, ma fermo e statico a livello di innovazioni musicali.

Un lavoro comunque da tenere presente per ricordarci ogni tanto di quei “folks” che sono ancora capaci di lottare per la bellezza della terra su cui tutti noi, ogni giorno, poggiamo i piedi.

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