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R Recensione

7/10

Emit Bloch

Dictaphone, Vol. 1

Tutti, nel corso della nostra vita, arriviamo a comporre qualche canzone. Chi lo fa consapevolmente, chi modifica pezzi di brani famosi singin’ in the bath (o under the shower), chi improvvisa tra amici una melodia vecchia come le viscere della terra incastrando il sol con il re, il do con il fa. Ma non si scatenino cacce antropologiche sull’importanza evolutiva e cognitiva della musica: teniamolo, per ora, come semplice punto fermo. Questo per dire, semplicemente, che “Dictaphones, Vol. 1”  è, con ogni probabilità, un disco sempre esistito. Nella memoria di qualche mandriano, tra le sofferenze delle working song della schiavitù nera a metà ‘800, dietro i Wayfarer (viandante, appunto) del Bob Dylan di turno. Potrebbe essere benissimo il lavoro che avevate progettato voi. Invece è stato inciso da un giovanotto – si fa per dire – di quarantacinque anni, David Turin, più conosciuto con lo pseudonimo di Emit Bloch. Non certo uno sbarbatello, considerando un’attività di ormai quindici anni e parecchi album scritti di suo pugno in tasca, sotto l’egida del confortevole underground (ma con la compagnia di signori del calibro di Mike Watt e Money Mark, e scusate tanto).

Suggerisce lo stesso nome che questi sedici pezzi, intagliati nel legno, asciugati dal sudore e cantati con sgraziata passione siano stati incisi su un dittafono. La bassa fedeltà che sprofonda nell’amatoriale. Il lo-fi del lo-fi, alla faccia dei miliardi di studi di registrazione sparsi per il globo. Bloch strepita come se non gli rimanesse altro da fare nella vita, con tutti i fruscii, le pecche e la rozzezza del caso. Canzoni che sembrano sinceramente suonate in un tempo minore di quanto sia servito a comporle, piccole egide country con armoniche a bocca che se ne vanno per gli affari loro (“My Cabin”, la dylaniana “I’m Gonna Hug A Tree”), una strumentazione poverissima ancor prima che essenziale, a tratti fascinosamente nuda, spoglia (“Middle Of Nowhere”, in appena un minuto e mezzo, fa rimpiangere il Bright Eyes che fu), altrove invece un po’ stucchevole (“Probububbly” ricerca ad ogni costo il tono da nenia). Gli accorgimenti necessari per far decollare il materiale sono spesso ridotti al minimo: qualche stortura su ritmi saltellanti - “Dorothy (Dictaphone)” -, ululati intorpiditi verso ballate d’inflessione rock’n’roll (“Married Creature”, “Ain't No Two Ways”, roba per cui il nostro revival ammazzerebbe).

Preparatevi ad ingoiare tanta polvere, nel caso vi venisse la curiosità di tentare il disco. Il che non significa certo rimanere delusi, ma respirare a pieni polmoni l’atmosfera di semplice rusticità. Il banjo di “Mop And Broom” attacca velocissimo, poi rallenta e viene doppiato dall’armonica: andava di moda, forse, nel 1958. “Bottom-Class Middle-Feeding Top Hat Duet” si stravacca su voce nevrotica e accordi stoppati a cadenza r’n’b, prima che lo stesso autore decida di fermarsi, spazzolarsi le ghette e ripartire a pieni polmoni. “Right Next Door”, liberata da tutta quella sporcizia e supportata a dovere da buone armonizzazioni, suonerebbe probabilmente come i Beatles d’annata. Ma perché, allora, ascoltarlo? In un’epoca dove tutto scorre e niente rimane, cui prodest perdere tempo con il vecchiume che si camuffa da nerditudine garagistica? È sufficiente una parola, che bene riassume il senso di un’operazione come questa: onestà.

Aspettiamo, impazienti, i prossimi volumi.

 

V Voti

Voto degli utenti: 6/10 in media su 1 voto.
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