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R Recensione

6/10

Ghost Bees

Tasseomancy

Non occorre ricorrere ai fondi di caffè per divinare il futuro di Romy e Sari Lightman, le due gemelline canadesi che formano il fulcro del progetto Ghost Bees. Il presente detta già, con un certo margine di chiarezza, quelle che saranno le linee evolutive della loro musica. Per, ora, vi basti sapere che le ragazze suonano un folk spoglio, esangue e raffinato come la loro terra d’origine. Escludete in blocco la corrente nu ricca di influenze esterne, il più classico songwriting per voce e chitarra o i maestri del passato: gli umori che sporgono dai sei pezzi – più ghost track – di “Tasseomancy”, (disco? EP?) d’esordio, hanno angolature ancora più vetuste e, nel loro minimalismo strumentale, sovrabbondano spesso negli effetti vocali, creando una bolla di sicuro impatto anacronistico. Come ripiombare in un Enlightment riflesso dai bagliori di una televisione.  

Farà a pugni con la modernità dei tempi di cui tanto si è avuto a parlare nell’ultimo periodo, ma ciò che scrivono, suonano e compongono le Ghost Bees non è privo di un suo fascino arcaico, di una singolare attrattiva, proprio come quando si fruga nel vecchio ciarpame delle soffitte per tirare fuori album fotografici delle sembianze di quello raffigurato in copertina. Non è richiesto un supplemento di genialità per cogliere, anche, che le due Lightman avranno certo molto amato “Ys” di Joanna Newsom. Mandolino, acustica, viola e, quello più importante, le voci: essenziali nell’impostazione, le canzoni prendono spesso, però, svolte barocche e secentesche, quando lo zampettare degli archi frena bruscamente, denudandole di ogni orpello e declinando quasi verso il più lugubre degli a cappella (“Vampires Of The West Coast”), o il fingerpicking sembra l’unica risposta per favorire una scalata immediata alla più discinta veste operistica (“Sinai”), attraverso lunghe, sospese, paradisiache estasi favolistiche (“Erl King”, con controcanto in falsetto e sventagliata violinistica).  

I meno pazienti, però, potrebbero innervosirsi di fronte all’inevitabile staticità di brani che posano le loro basi sulla sinergia canora del duo. Bene, dunque, avvertire un certo nervosismo di esecuzione in atmosfere un po’ meno polverose e decisamente più vivaci, per quanto lo possa permettere la cristallina dimensione di queste fascinose cariatidi (“Tear Tassle Ogle Heart”). Con l’avvertenza collaterale, comunque, che tutto questo candore e la delicatezza che pervade ogni angolo di “Tasseomancy”, a dosi massicce, anestetizza il sistema nervoso (“Goldfish And Metermaids” ha un sapore quasi gitano, grazie ad incursioni di fisarmonica, ma è destinata a rimanere affare per pochi).   Se son rose (sic) fioriranno. In caso contrario, ci farà piacere conservare questi boccioli: per ora, va più che bene così.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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target (ha votato 7 questo disco) alle 17:17 del 19 settembre 2009 ha scritto:

Amabile operazione retrò. Come sorseggiare un tè con le madeleinette da una zia dimenticata, in un salotto in penombra, con l'eco dei dischi di Marissa Nadler e Joanna Newsom dal piano di sopra. Ripescaggio molto estetico: ogni tanto ci sta.