R Recensione

7/10

I&Fused

Slow Eater

Il francese David Layasse (I&Fused) è un vero e proprio tuttofare, un perfezionista dello studio di registrazione, un conoscitore dei più disparati generi musicali. Il suo nuovo Slow Eater conferma tutto questo, sfoggiando quattordici tracce frutto di tre anni di lavoro, ognuna cesellata e curata amorevolmente, ognuna differente dalle altre, anche solo per pochi sottili particolari.

Certo, si può ricondurre il tutto ad una sorta di indie-pop elettronico poliedrico, e forse è proprio l’inserimento in questa vaga categoria ad abbassare un po’ il mio giudizio sull’album, ma la personalità di David fa si che le facili definizioni sfumino all’ascolto, rivelando la vera anima di questo album: pura e personale espressione musicale, un lavoro intimista, a cui non sembra importare molto di quel che dirà la critica, o di che posizione occuperà nelle top ten, bensì soddisfare ad ogni minuto una personale mania di perfezionismo.

A partire da How Fan I Am incomincia un circo nel quale soul, funk, pop, jazz, rap, folk ed elettronica si mescolano in eleganti volteggi e fraseggi, disegnando linee semplici e nette, pulite ed accattivanti. Il clarinetto e le tastiere del primo pezzo si trovano d’accordissimo nel dar vita ad un sincopato motivetto febbricitante. Così l’anima jazz della successiva Tired Of Thinking si sposa a perfezione con l’andazzo soul della voce, anche grazie ad una trama strumentale sempre più accattivante, in grado di sfoggiare sul finale un ottimo solo di chitarra elettrica.

Ed ecco con Fair Wav un primo aumento della velocità, per un pezzo groove ricolmo di ganci melodici tra i quali giunge l’inaspettato canto rappato del finale. L’indie pop di Paranoid e di With A Smile On My Face aggiungono nuove sfumature a quanto finora ascoltato: sempre all’insegna della pulizia formale, dell’eleganza, di una sorta di logica matematica e geometrica che lega ritmi e melodie in strutture impeccabili. Ma non abbiamo ancora finito…Ascoltiamo ancora l’elettro-folk di I Want It, quello di Kiss My Neck (aperta dalla splendida introduzione di chitarra acustica), di Hunt It Down, di About Time e di Lyin Somewhere per vedere i più disparati accostamenti tra tradizione e modernità: slide guitar e tastiera elettronica, drum machine e chitarra acustica…Ricordiamo ancora il groove di If I Weren’t Lazy e la calma morbida ed essenziale del basso di Better Believe per trarre le considerazioni finali su questo strano e variopinto lavoro.

La difficoltà ad inserirlo in comode catalogazioni ne complica sicuramente la comprensione e l’interpretazione, rivelandone però un carattere fortemente privato, domestico. E privato deve essere a questo punto anche l’ascolto e l’apprezzamento di Slow Eater. Non abbiamo qui musica destinata all’ascolto di massa, piuttosto una serie di melodie da far nostre per cullarci nei momenti di intimità, in quei momenti in cui “tutto” vuol dire noi, la nostra stanza e lo stereo. Punto. L’approccio all’album deve tener conto di questo e non del voto del critico (o presunto tale), su cui grava la responsabilità di profanare, tramite il voto, tutto ciò che difficilmente si accorda con la fredda quantificazione, ovvero l’espressione artistica e i sentimenti che questa si porta preziosamente dietro.

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