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R Recensione

7,5/10

Joe Volk

Happenings and Killings

Che direste di un disco folk che esce sotto due egide, Crippled Black Phoenix e Portishead? Mica male. Joe Volk era la voce malinconica del supergruppo capitanato da Justin Greaves allorché suonava le endtime ballads che hanno costituito la parte migliore della sua discografia, al tempo pubblicata dalla Invada Records di Geoff Barrow. E così questo secondo disco solista di Volk (il primo, “Derwent Waters Saint”, risale a 10 anni fa) è in parte prodotto da Barrow, con qualche intervento alla chitarra di Adrian Utley. Ovviamente è un gran bel disco.

Come si può immaginare, non è un disco folk ortodosso: l’elettronica entra spesso in modo piuttosto invasivo a decorare le ballate crepuscolari di Volk, espandendone il suono e sformandone la costruzione solitamente iterativa in sfilacciamenti quanto mai autunnali, tendenti a un languore violaceo (“The Walker”). Qualche ballata da fine dei tempi la si trova anche qua, con un surplus di incupimento dato dai beat che Barrow preleva dal terzo tempo portishediano per innestarli qui quasi a rifare “The Rip” (e “The Curve” non ci va tanto distante).

Il che non significa che manchino episodi melodici degni di nota, anzi: dal singolo “Soliloquy” all’epica ipnotica con harmonium di “Bampfylde Moore Carew” (bel titolo: è il nome di un vagabondo settecentesco che sosteneva di essere il re dei mendicanti: è un disco per underdogs, chiaramente), “Happenings and Killings” offre continui appigli di cantabilità, alternandoli con sapienza a momenti più screziati e concentrati sul suono: vd. il godimento puntinato cui Barrow riduce una chitarra elettrica in “These Feathers Count” o il maledettismo distorto in cui è abbrutita l’armonica in “Sirens” (passaggio splendido), il passo scandito con pesantezza dal basso di “The Thief of Ideals”, tra Krog e Mellotron che ricamano una trina di malinconie, o la resa quasi da dancefloor di “Is Pyramid”.

Volk canta testi lessicalmente elaborati, spesso difficili da sciogliere: sono parole in cui ci si incaglia, tanto che la scrittura stessa sembra un’ulteriore trappola piuttosto che un rifugio («left to write I desecrate, it’s detrimental»).  

L’impressione è che sia uno dei dischi “dimenticati” più belli dell’anno. E non solo perché c’è Barrow dietro. Basta ascoltare l’unico episodio in cui Volk sembra voler portare fino in fondo la vocazione folk, puntando a un arrangiamento orchestrale di fiati, archi e corni, senza alcuna sperimentazione sonora: ne esce un piccolo capolavoro, “Yellow Sneak”, cui non serve aggiungere altro.

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 5 voti.
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motek 8/10
gull 7,5/10

C Commenti

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Marco_Biasio alle 11:46 del 16 settembre 2016 ha scritto:

Ma quanti bei dischi ultimamente!! Lo ascolterò di sicuro, anche per prepararmi alla delusione (quasi) sicura del nuovo CBP, in uscita a settimane (e con una formazione, se non sbaglio, ridotta a tre elementi. Ormai è davvero tutt'altro gruppo). Bellissima segnalazione!

swansong alle 18:29 del 21 settembre 2016 ha scritto:

Interessante proposta..grazie Francesco! E questo singolo è un gioiellino..

FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 9:56 del primo ottobre 2016 ha scritto:

Recensione splendida per un lavoro che mi sta folgorando.

fabfabfab alle 16:53 del 27 marzo ha scritto:

figata

gull (ha votato 7,5 questo disco) alle 19:54 del 17 maggio ha scritto:

Che bel disco.