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R Recensione

8/10

Josephine Foster

Blood Rushing

Era dal 2009 che di Josephine Foster non si avevano più notizie. Non so se è esatto dire che se ne sentisse troppo la mancanza: Graphic as a Star, la sua ultima release, non convinceva pienamente, a causa di una vena sperimentale fin troppo dispersiva. Certo, rimaneva l'ottima prova di This Coming Gladness (2008), una sorta di monumento alla fase adulta (e austera, e classicheggiante) del freak-folk, oppure la poliedrica fatica, poco sotto la maestosità di una Joanna Newsom, di Hazel Eyes, I Will Lead You (2005), ma la chiusura calante aveva dato l'impressione di una sorta di tramonto. Ci si sarebbe potuti accontentare, le gemme non mancavano.

E invece no. Nel settembre del 2012 la Foster da' alle stampe un nuovo album, con quella stessa Fire Records che aveva licenziato il suo precedente sforzo. E il risultato è impressionante. Ci troviamo di fronte al suo album più compatto ed eloquente. Ma anche a quello più terreno. Se infatti le precedenti creazioni erano immerse in una sorta di iperuranio estatico ed incantato, questo Blood Rushing ha le radici ben salde in un'America che va dal Colorado alle Ande, con nello zaino frammenti di Appalachi. Un “riportiamo tutto a casa” che si nutre delle esperienze fatte col marito Herrero (il side-project iberico) e di un'idea di “casa” decisamente ampia e composita.

Dal recupero di un suono maggiormente riconducibile a canoni tradizionali, la Foster riesce però a non apparire neanche per un momento conservatrice. Merito di un sincretismo e di una creatività che non mancano di conferire ai brani, tramite un senso dell'arrangiamento ricco di sorprese e funambolismi (un plauso al compagno Herrero, la cui presenza si fa sentire parecchio), un'incredibile carica innovativa.

Tutto il disco è pervaso da una liricità enfatica, che in più episodi assume uno stampo squisitamente morriconiano. A questo proposito ecco una stupenda Panorama Wide, dalla consistenza carnosa (una pianta grassa del deserto), dispensatrice di umori e fragranze fatte di sonagli, percussioni, violini, folklore sud-americano, nonché di una prestazione vocale da pelle d'oca; ma anche l'indescrivibile O Stars, giocata magistralmente sulla catarsi delle impennate di chitarra, affiancate al vibrante lamento del violino. Pura poesia. Ogni traccia è pervasa da un immaginario che lega il folk-rock a stelle e strisce con un pathos tradizionalista, tra seriosità colta (quasi rituale) e distensioni ammiccanti, corali. A proposito di leggerezza: l'aggraziata Waterfall, con quegli arrangiamenti chitarristici tanto indispensabili quanto dosati ed eleganti, è l'apice di una carriera (o anche: dei buoni frutti di un matrimonio). Stesso discorso per l'elettrica Child of God, capace di sprigionare una melodia indimenticabile (quelle stranianti incursioni di steel guitar, poi: da restarci secchi). E ancora, ciondolante nella sua trama psichedelica la bellissima Sacred is the Star, col suo incalzante incedere speziato, dove la Foster assume le vesti di una Nico indio; assorta in un sofficissimo ricamo acustico la ninna nanna di Blood Rushing; intrisa di lirismo classico la meraviglia di The Wave of Love (citare qui una Yma Sumac non mi sembra improprio). La chiusura affidata a Words Come Loose è, infine, la ciliegiona sulla torta: una meraviglia di ricami e trame, di profumi sospesi e preziosismi armonici.

Un piccolo (?) capolavoro scoperto troppo tardi (dal sottoscritto, s'intende). Non è mai troppo tardi però per tentare di rendere giustizia ad uno dei dischi folk più belli del 2012. Dotato di un fascino magnetico: da divorare. O, per un finale più incisivo: Josephine Foster è tornata e sta dalla parte degli indiani.

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