V Video

R Recensione

8/10

Stick in the Wheel

Follow Them True

Che cosa mai può avere ancora da dirci il folk tradizionale britannico?”, direbbe uno che non ha ancora ascoltato il progetto Stick in the Wheel.

Intanto, risponderei io, che qualsiasi innovazione si colloca all’interno di una tradizione, e per quanto possa apparire inedita e irriverente, ogni nuova proposta conserva tracce di quanto è stato prima. Poi, continuerei, che anche le scene più ostiche e esoteriche possono rivelarsi scrigni colmi di spunti. Ed ecco che l’ensemble londinese ci va giù pesante nel rielaborare e riadattare alla contemporaneità la tradizione english folk, passando in rassegna quanto fatto da band come Steeleye Span e Fairport Convention e riproponendo quei suoni in doppia guisa: fedele rievocazione da un lato, imbastardimento contemporaneo dall’altro. Non basta, però: il gruppo interpreta il folk suonando meno “indie” e più “alternative”, recuperando un approccio combattivo e irruento, riconnettendosi con una tradizione working class messa fin troppo in ombra dalle estetizzazioni indie degli ultimi anni, tra gentrificazione e hipsterismo middle class.

La scelta folk, dunque, non come interesse intellettuale, distaccato, ma come modo per connettersi con un vissuto, con un preciso contesto (quello stesso contesto che animava la scena grime e dubstep di metà anni zero frequentata dal chitarrista Ian Carter con i Various Production). Nelle parole di Ian Carter stesso: “Folk music is just that, the history of the people. So for us a bit of what we’re trying to do is present material in a way that means people can see the links between then and now”.

La linea di chitarra tesa e rutilante che apre “Over Again” è proprio quello che serve per introdurre al meglio il discorso: musica acustica, eppure condotta con forza impattante, in un progressivo crescendo di tensione sfogato nel catartico ritornello, ricondotto poi allo scorrimento circolare, magmatico, di chitarra e basso. A partire da qui sono due le linee di condotta: da una parte, come si diceva, i brani tradizionali, eseguiti con grande enfasi, con il risultato di restituire significato emotivo (merito anche dell’ottima interpretazione di Nicola Kearey) alle storie e alle atmosfere di ballate come “Weaving Song”, ispirata ai canti ritmici delle tessitrici scozzesi, “White Copper Alley”, interpretata nel ‘71 da Nic Jones e qui resa in tutta la sua urgenza narrativa, “Blind Beggar of Bethnal Green”, di epoca elisabettiana e poi riadattata, nel '700, dal poeta Percy, delicatissima nelle sue trame di chitarra acustica e violino, “Poor Old Horse”, appassionante cavalcata corale ispirata alla versione della Albion Band, il jig di “Abbots Bromley Horn Dance”, tributo alla peculiare Morris dance che anima ogni anno la processione di Abbots Bromley.

Dall’altra la tradizione è sottoposta a un processo di profonda trasformazione: in “Follow Them True” la Kearey tratta la propria voce con uno straniante effetto autotune, “100,000 Years” è immersa in un nugolo di vapori elettronici, “Red Carnation” dilata le chitarre elettriche generando droni e gonfie risonanze. Quello che si ottiene è un’atmosfera granulosa, minacciosa, di tensione compressa, di continua e destabilizzante alternanza tra folklore e modernità. E se non eravamo abbastanza disorientati ecco che arriva l’outro “As I Roved Out” a darci il colpo finale, con la sua trasfigurazione ambient del classico brano irlandese.

Operazione riuscitissima e viscerale, quella di “Follow Them True”. Un disco politico nel senso più ampio del termine, ma soprattutto un disco vitale, fresco, espressivo e fortemente innovativo, che richiama il passato per parlarci del presente. La storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa? Non per gli Stick in the Wheel.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.