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R Recensione

10/10

The Microphones

The Glow Pt. 2

Qui urge una piccola riflessione.

Al giorno d’oggi, quasi ancor prima che il pubblico (anche quello più preparato ed attento) riesca a metterne a fuoco l’essenza, una “moda” è già qualcosa da relegare nel cassettino dei ricordi. La musica odierna pare sia già vecchia e trapassata a peggior vita (cioè nel limbo delle cose inutili e passeggere di cui nessuno sentirà mai la mancanza) ancor prima di perdere il cordone ombelicale. Quasi ogni giorno, micro-generi sulla carta nuovi ma di fatto già antiquati vedono la luce e poi spariscono nel nulla, con la stessa longevità di una farfalla.

Come se non bastasse, c'è il problema della "datazione" a complicare le cose.

Questo disco suona datato!”: quante volte capita di leggere qualcosa di simile, in una recensione? E magari si tratta di lavori pubblicati 3-4 anni prima, o forse ancora da pubblicare e che pure suonano come triti e ritriti, come già analizzati, scandagliati ed interpretati in tutti i modi possibili. La parola chiave è “noia”: basta così con i bis nipoti dei reduci del punk (“Che qualcuno sopprima i Green Day!”), basta con gli sperimentatori da quattro soldi che ancora credano si possa definire avanguardia un drone ripetuto per mezz’ora, o magari qualche pastrocchio elettronico che ai più suona inascoltabile. Tutte cose che hanno già dato il meglio, già morte e sepolte.

Per qualche oscura ragione, però, tutto ciò non vale per i cantautori: sembra che per miracolo la formula voce-chitarra-qualche novità (messa a disposizione dalla tecnologia e/o da qualcuno fra i suddetti generi dalla vita breve) non passi mai di moda, ed anzi suoni sempre originale ed innovativa. Mi sfugge assolutamente il motivo reale, il perché di questo meccanismo che coinvolge spesso sia critica che pubblico, eppure mi pare si tratti di un fenomeno indiscutibile. Era così anche in passato: Dylan riprendeva stili e stilemi del passato più arcaico, eppure è stato un rivoluzionario; Young pure, il suo feedback è il rock alternativo made in usa, ma il country era un genere ultra-datato già 40 anni fa; Westerberg non gli è da meno; ma anche venendo a giorni più recenti, sono sufficienti i nomi di Grant Lee Philipps o Jeff Tweedy, due autori che utilizzano un linguaggio sulla carta “vecchio” eppure salutati come “innovatori”. Morale della favola: che ci piaccia o no, questi maledetti cantautori non passano mai di moda, e sono sempre sulla bocca di qualche barbuto osservatore che si compiace del loro linguaggio colto, romantico, raffinato e/o elitario (eccomi!): forse perché sono lo specchio lucido ed al contempo deformante della realtà, di ogni realtà; forse perché in loro convivono il realismo disincantato del miglior rock di protesta, quello “autentico” ed “indipendente” (se mai è esistito), ed un romanticismo sfrenato, intriso di speranza ma anche di umana pietas; le brutture del mondo, quando “loro” sono al tuo fianco, appaiono come nemici tosti ma non invincibili, nemici che la poesia e la musica possono aiutare a decifrare ed a sconfiggere. È l’eterno sogno del romanticismo come unica vera cura, come unica arma di difesa contro il mondo crudele.

Vale anche oggi? Certamente sì!

Ci sono anche nei terribili anni ‘2000 nomi che hanno svecchiato la canzone “colta”, gettandosi a capofitto e senza pudore fra le novità offerte dal nuovo rock, o magari dal post-rock, e che tuttavia hanno conservato una cifra stilistica che li etichetta come cantautori. Veniamo al dunque: il primo, forse il più grande fra questi nomi, è quello di Phil Elvrum, o sarebbe meglio dire dei Microphones, la sua creatura più bella.

Per chi scrive, Elvrum è tout court un cantautore, anzi è IL cantautore del decennio zero. È un artista che ha sublimato l’esperienza targata anni ’90 della bassa fedeltà, che ha riscoperto le radici della psichedelia e del folk americano, guardando pure alle nuove esperienze post-rock e raggiungendo così risultati strabilianti, di una bellezza viscerale che riporta alla mente esperienze che parevano irripetibili (le “Astral Weeks” di Van Morrison o giù di lì).

The Glow pt.2”, il disco in oggetto, è il terzo della serie Microphones ma il primo del nuovo millennio. È un disco talmente intenso che i precedenti, pur discreti, al confronto paiono semplici prove tecniche di trasmissione; è un lavoro complesso ed articolato, ma anche schietto e crudo, che ha aperto la strada al successivo ed altrettanto sensazionale “Mount Eerie”, forse la “sinfonia” più imperiosa degli anni ‘2000.

Più che un disco, però, “The Glow Pt. 2” è un’esperienza di vita. Come tutti i capolavori in qualche modo epocali. La sua formula appare relativamente semplice, eppure è in grado di lambire vertici di poesia che non temono confronti, e livelli di astrazione degni della psichedelia più visionaria quando non del free-jazz. Tutto ciò senza rinnegare in alcun modo le proprie radici, il folk più scarno ed essenziale, il suo tono colloquiale da cameretta polverosa e penombra pomeridiana, la sua passione per i grandi spazi. Le chitarre ossute e taglienti si soprappongono, combinando in fase di incisione spunti melodici ed armonici spesso minimali; e la voce tenue di Phil, a tratti più impercettibile di un bisbiglio, è fra le cose più intense che vi possa capitare di ascoltare, di un’intensità sospesa nel vuoto che poi si sparge ai quattro venti.

Ma non è tutto qui: “The Glow pt.2” fa la differenza anche con la sua atmosfera semi-allucinata. Il paragone più sensato possono essere i Supreme Dicks, ma rimane sempre una forzatura: le composizioni sono quasi sempre meno dilatate e rispetto ai pezzi di un “The Unexamined Life”, in fondo sono sempre canzoni, la melodia c’è e si sente.

L’introduttiva “I want wind to blow”, registrata come quasi tutto il disco alle prime luci dell’alba, è in tal senso emblematica: si articola fra un elegante fraseggio acustico, una registrazione “domestica” perfetta nel rendere la dimensione indolente ed assorta che farà proprie anche le canzoni successive, ed una melodia malinconica e cullante, che Phil accelera e sfuma a piacimento. Si prenda anche la meravigliosa “My roots are strong and deep”, il classico pezzo che da solo vale la carriera di tanti altri musicisti: un walzer tenuissimo in cui la voce si confonde con il riverbero del pianoforte in una dimensione allucinata, e si perde poi in un ritornello minimale ma bellissimo.

Nonostante vagonate di ascolti, non sono ancora riuscito a farmi un’idea precisa di cosa significhi il testo di questo pezzo, così come di molti altri: ma so per certo che mi piacerebbe saper usare un approccio altrettanto delicato ed immaginifico, anche in questa recensione, giusto per aiutare l’ascoltatore ad immaginare cosa lo aspetta.

Non che gli altri pezzi siano da meno: sono 21 ma trovare riempitivi è un’impresa disperata, anche perché la varietà dell’offerta non teme rivali. Pochi minuti e si alternano fra loro strumentali folk, sferzate di puro rumore che richiamano gli esperimenti ostici dei primi lavori, vere e proprie sinfonie in lo-fi fra echi di trombe e sax, cori angelici ultra-dimensionali, psuedo-assoli di chitarra capaci di soprapporsi e colorarsi a vicenda; ed ancora, imprevedibili cambi di tempo e sbalzi di ritmo, psichedelia pura, echi ambientali, rumori vari ed assortiti: il sound è sporco, eppure la produzione è calibrata al meglio, non mi riesce ad esempio di immaginare una resa migliore per pezzi come "I want wind to blow” o "The Moon".

Ma più di ogni altra cosa voglio insistere sull’atmosfera: a me piace immaginare “The Glow pt. 2” soprattutto come un disco “bucolico”, che riflette la grande passione di Elvrum per gli spazi e le bellezze della natura; mi è sufficiente chiudere gli occhi, ed immagino ciò che lui vede ogni giorno: le grandi montagne dello Stato di Washington, le loro nevi eterne, le atmosfere autunnali, la pioggia incessante, l’oceano di fronte, il tutto illuminato dalle prime luci dell’alba.

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Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 9 voti.
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tecla 6,5/10
ThirdEye 9,5/10
inter1964 8,5/10

C Commenti

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paolo gazzola (ha votato 9 questo disco) alle 13:17 del 26 aprile 2010 ha scritto:

Bravo Francesco, uno dei miei dischi preferiti in assoluto e "il" cardine lo-fi del 2000.

rael alle 10:54 del 30 aprile 2010 ha scritto:

"basta con gli sperimentatori da quattro soldi che ancora credano si possa definire avanguardia un drone ripetuto per mezz’ora, o magari qualche pastrocchio elettronico che ai più suona inascoltabile. Tutte cose che hanno già dato il meglio, già morte e sepolte." Copio intervento del recensore per dire che questo pensiero vale anche per i microphones, una noia mortale!

FrancescoB, autore, (ha votato 10 questo disco) alle 13:11 del 30 aprile 2010 ha scritto:

Pazzo! I Microphones sono avanguardisti seri, e sanno anche scrivere canzoni eccezionali. In loro il rumore è perfettamente efficace, è strumentale alla resa dell'atmosfera: il loro non è sperimentalismo velleitario ed ormai già a sua volta datato.

ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 14:09 del 30 aprile 2010 ha scritto:

Gran disco, l'evoluzione dei Built to Spill sulla direttrice "nipoti lo-fi di Neil Young". Grande rece di Julian as always.

ThirdEye (ha votato 9,5 questo disco) alle 21:35 del 24 giugno 2014 ha scritto:

Capolavoro