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7/10

Tom Brosseau

A Perfect Abandon

Tom Brosseau quando parla sussurra, ma quando canta lo fa con il vigore di una volta, ricordando il registro drammatico e al contempo fragile di un Eric Andersen, evocando un immaginario a metà strada tra Bob Dylan e Glen Campbell. Non avrebbe sfigurato al Greenwich Village, eppure riesce a traghettare la tradizione folk e country a stelle e strisce in un contesto del tutto contemporaneo, parlando una lingua gentile e romantica, intimamente conservatrice ma carica di vitalità.

A Perfect Abandon” suona sobrio e pacato, come una confidenza privata. Un aspetto, questo, valorizzato al meglio da un John Parish che opera in completa economia di mezzi, registrando in presa diretta e con un solo microfono, lasciando che contrabbasso, batteria e chitarra elettrica suonino come durante un'esibizione domestica.

Particolarmente a suo agio in un'atmosfera tanto dimessa, Tom Brosseau ci regala una sorta di flusso disinvolto, per una scaletta che scorre che è un piacere. Il primo capitolo, il talking “Hard Lucky Boy” inaugura ed incornicia questo approccio colloquiale con una storia che potrebbe fare a gara con quella -ben più amplificata- di “Carrie & Lowell” (un bimbo, il piccolo Tommy, abbandonato dalla madre in un grande magazzino: ricorda niente?), ma è con “Roll Along With Me” che si cominciano le danze vere e proprie. Brosseau non è mai stato così lirico, dominando con enfasi un caracollante e polveroso two-step (impossibile non riconoscere l'impronta di Johnny Cash), a base di duetto tra chitarra acustica ed elettrica e sessione ritmica spartana. I dieci brani scorrono sciolti, come indifferenti all'attenzione dell'ascoltatore. “Tell Me Lord” è un'intensa preghiera immersa nel tremolo delle chitarre, “Take Fountain” un country-western a base di chitarra twang, “Landlord Jackie” una dolce ballata dove la chitarra elettrica ricama la melodia ricordando un Dylan alle prese con “Today” degli Airplane.

Si prosegue con l'intermezzo acustico di “Empire Builder”, cui segue la spensierata e sessantiana “Goodbye, Empire Builder”, con la filastrocca alla Devendra Banhart di “Island in the Prairie Sea”, per chiudere con le fragranze armoniche di “My Sweetest Friend” e l'ardente ballata di commiato di “Wholesome Pillars”.

Portatore di una visione maggiormente definita rispetto allo scorso “Grass Punks”, il nono album del cantastorie americano riassume al meglio le componenti di un sound in costante perfezionamento. Un album della maturità che allontana Brosseau da quel ruolo d'appendice che, evidentemente, inizia a stargli troppo stretto.

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Paolo Nuzzi alle 9:19 del 23 aprile 2015 ha scritto:

Interessante. Sempre (colpevolmente snobbato), mi sa che sia ora di dargli una chance. Ottimo, Matt

Paolo Nuzzi alle 9:19 del 23 aprile 2015 ha scritto:

Sempre snobbato (colpevolmente) volevo dire. Abbiate bontà, sono fuso

Cas, autore, alle 9:54 del 23 aprile 2015 ha scritto:

ihihih fammi poi sapere che ne pensi

Brosseau ha un piccolo problema: arrivato al nono album la sua maturità suona ancora come una promessa. Sono speranzoso e mi auguro che la buona strada intrapresa su questo "A Perfect Abandon" porti i suoi frutti.