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R Recensione

6/10

Daniel Martin Moore

In The Cool Of The Day

Daniel Martin Moore, da Cold Spring, Kentucky, è uno dei tanti promettenti folk singer americani classici emersi nella seconda metà degli anni Zero. Ha una bella voce calda, tersa, sfumata, una discreta sensibilità nel coltivare/rivisitare in modo esiziale la tradizione americana, una scrittura pulita, melodica in cui le “radici” attecchiscono e danno, talvolta, frutti saporosi. Il tipico (buon) prodotto Sub Pop, detto fra noi. Ciononostante le aspettative sollevate nel bel debutto (Stray Age, 2008), vengono parzialmente disattese sia dal successivo Dear Companion (split con il violoncellista Ben Sollee) che da questo secondo/terzo In The Cool Of The Day. Insomma chi si era illuso di trovare in lui, già pronto e confezionato, l’erede di Paul Simon o di Iron & Wine dovrà, nel migliore dei casi, pazientare ancora un po’.

In questo caso mai titolo fu più azzeccato. L’album suona esattamente come suggerisce: fresco, piacevole, riposante ma anche fuggevole, lieve, passeggero. Senza girarci attorno: tutt’altro che indimenticabile. Rielaborando alla sua maniera - pacata, frugale, artigianale - una bella fetta di brani tradizionali a sfondo religioso e una manciata di composizioni autografe pervase dalla stessa idea di spiritualità evangelica e rurale, Moore dà vita ad un folk-gospel levigato, semplice, un po’ ozioso, la cui pregevole fattura e partecipazione emotiva rischiano di sembrare un po’ auto-compiaciute, di scadere nel calligrafico.

Poggiando su una strumentazione classico-acustica - piano, banjo, chitarra, contrabbasso, violoncello, piatti e rullante “spazzolati” - alterna passaggi chiesastici e crepuscolari come Softly And Tenderly o It Is Well With My Soul ad altri increspati di digressioni country-swing come il dixieland da fiera campestre di Up Above My Head, In The Garden o la “pellegrinante” Dark Road, che sembra uscita da una versione “seria” di “Fratello Dove Sei?”. A conti fatti, però, i brani migliori, quelli che restano più impressi nella piacevolezza un po’ affettata dell’insieme, si ritrovano nel solenne incedere innodico di O My Soul, nella bella lullaby Set Things All Right, e, dulcis in fundo, nella title-track che sembra un brano dei Simon & Garfunkel più filologici e appalachiani stemperato in un atmosfera claustrale e rarefatta. Juvenilia.

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