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R Recensione

7/10

Lydia Lunch & Cypress Grove / Spiritual Front

Twin Horses

Ripetere giova. Dopo l'ottimo disco in collaborazione con Cypress Grove ("A Fistful of Desert Blues"), responsabile degli ultimi, significativi lasciti artistici del compianto Jeffrey Lee Pierce, nonché titolare dei tre bellissimi dischi tributo dedicati al loser dei mitici Gun Club, sotto la sigla "The Jeffrey Lee Pierce Session Project", torna Lydia Lunch, la sacerdotessa della no-wave, stavolta dividendo fatiche e gloria con gli italianissimi, ma dark fino al midollo, The Spiritual Front, capitanati da Simone "Hellvis" Salvatori ,con uno split denominato "Twin Horses".

Apre le (macabre) danze, la spettrale "Death is Hanging Over Me", perla nascosta dell'altro loser per antonomasia, Nikki Sudden, qui resa ancora più dolente dalla voce di Lydia Lunch, quasi una novella Marianne Faithful, in preda ad agonia e rimpianto, mentre la slide guitar di Cypress Grove squarcia il sole rosso del tramonto in due, crepitando e biascicando al microfono anch'egli, salutando il vecchio compagno di sventura.

"Unholy Ghost", altro lamento funereo sorretto da un pianoforte che sembra provenire da un'altra dimensione e la chitarra, satura di effetti che lo contrappunta e racconta l'ennesima storia di tossici, folli e ondivaghi bohemien, che sembrano aver perso il senso di tutto. Sono canzoni senza tempo, sospese, impolverate, all'uncino di un sogno, come se Leadbelly e Muddy Waters si intrattenessero a suonare con David Tibet e Michael Gira (sentire, per credere, la bellissima "Rising Moon") ululando con Howlin Wolf ("Put You Down"). C'è anche tempo e spazio per martoriare l'hit milionaria "Hotel California", totalmente trasfigurata in un tex-mex allucinato e tossico, cantato con un filo di voce (incatramato e marcescente). Niente male.

Decisamente più arioso il programma delle quattro autografe composizioni degli Spiritual Front, tra richiami mariachi ("Buried Friend", quasi radio friendly e non è un insulto), significativi excursus à la Cure ("Dear Lucifer") nonchè dolenti ballad post punk ("My Love Won't Fade").

Suicide pop, lo chiamano. Ma le etichette, si sa, non rendono giustizia come dimostra la cover dei W.A.S.P. "L.O.V.E. Machine" qui trasformata da anthem glam metal a brumosa nenìa folk. La classica ciliegina sulla torta di un disco davvero essenziale e significativo come pochi. Chapeau.

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