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R Recensione

6/10

Mark Lanegan & Duke Garwood

Black Pudding

Con l’uscita di “Blues Funeral”, lo scorso anno, il prode Lanegan ha finalmente colmato la mancanza di un vero e proprio disco solista che durava quasi un decennio.

Un album ambizioso, ricco di stratificazioni elettroniche e di sonorità poco frequentate dal rocker di Ellensburg, che se da un lato ha un po’ diviso la critica, dall’altro si è rivelato uno dei maggiori successi commerciali della carriera del musicista (specialmente in Europa), consacrandolo come una delle icone (e delle voci) cantautorali più emblematiche degli anni duemila. Forse pago del risultato ottenuto, Lanegan s’è di nuovo immerso in quella che è stata la sua specialità assoluta nella decade appena trascorsa: i dischi firmati a quattro mani o comunque frutto di collaborazioni più o meno collettive. Questa volta è Duke Garwwod, songwriter e multistrumentista inglese, il beneficiario della sua carismatica presenza musicale. I due, a quanto pare, si conoscono e si stimano da tempo: Garwood infatti aveva già incrociato Lanegan nel progetto Gutter Twins (con Greg Dulli) e prestato la sua abilità di chitarrista a due dei brani (a mio avviso) più riusciti del suddetto “Blues Funeral” (“Bleeding Muddy Water” e “Tiny Grain Of Truth”).

Con l’aiuto di un altro musicista esperto e collaudato quale Alan Johannes (chitarra e tastiere, componente effettivo della Mark Lanegan Band) , il duo confeziona un lavoro che, almeno per Lanegan, sa di ritorno alle origini, ai primissimi dischi solisti (“The Winding Sheet” ad esempio), caratterizzato da forti accenti roots , scarno e intimista nella prevalenza di voce e chitarra acustica (che evidenzia le doti di fingepickin’ di Garwood), una produzione sottotono, disadorna al limite del lo fi e atmosfere che denotano una cupezza austera e a tratti un po’ asfittica. Tolti i due brani strumentali in apertura e chiusura (la title-track e “Manchester Special”), la scrittura ha un impianto semplice e ripetitivo, non sempre all’altezza della situazione, su cui torreggia immancabile la classe del cantato di Lanegan, sempre a uguale a se stesso ma pur sempre suggestivo ed efficace, come una specie di Johnny Cash del 21mo secolo. Questi, invero, dà buona prova di sé in particolare nel country-western alternativo e funereo di “War Memorial” o in quello più assolato e desertico di “Death Ride” e nella crepuscolare e vagamente cinematica “Shade Of The Sun”, oltre che nella psichedelia appena suggerita di “Sphinx”. Per il resto, nonostante il tentativo di inserire qualche variazione degna di nota – la base electro punteggiata sul cantato bluesy di “Cold Molly”, il piano glaciale e dissonante di “Last Rung”, il gotico-sudista di “Pentecostal” e del gospel “caveiano” “Thank You” –  l’impressione è di una certa stanca e di un’ispirazione non esattamente fulgida (i sei minuti di “Mescalitos”, i due strumentali pregevoli tecnicamente ma nulla più).

Il mestiere dei due musicisti e l’interpretazione ruvida e vissuta di Lanegan (banale forse sottolinearlo per la duecentesima volta, ma tant’è) tengono a galla un lavoro che, in estrema sintesi, non aggiunge nulla di nuovo né tantomeno di entusiasmante. 

V Voti

Voto degli utenti: 5/10 in media su 1 voto.
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zagor 5/10

C Commenti

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zagor (ha votato 5 questo disco) alle 14:59 del 23 giugno 2013 ha scritto:

lanegan ormai da anni mi sembra avvitato su un clichè, per me il suo ultimo bel disco è stato "scraps at midnight"...da allora tanta maniera e qualche guizzo occasionale.