Tom Brosseau
Posthumous Success
Tom Brosseau, o del folk solitario. Questo biondino del North Dakota arriva al settimo disco in sette anni, ammirato ed elogiato da molti, accostato a grandi nomi quali Elliott Smith e Will Oldham (per non dire Jeff Buckley), eppure pare sempre che esca di casa (e dallo studio) per la prima volta, timido, esitante, discreto come le canzoni che nel frattempo ha snocciolato in gran copia; quasi fosse rassegnato, come da titolo del nuovo lavoro, a quel successo postumo che tocca soltanto agli artisti sfortunati e a quelli schivi.
“Posthumous Success”, in compenso, offre un risultato diverso, e in apparenza più sostanzioso, rispetto al Brosseau nudo e crudo del passato. Al finger-picking consueto e alla voce tutta sua, delicata vibrante e impertinente assieme (che fa già da modello a nuovi cantautori, e penso – ad esempio – a Matt Jones), Brosseau aggiunge una ricca strumentazione per lui inconsueta a dare spessore emotivo a brani che escono con successo dal vecchio dominio dell’intimismo. Batteria, basso, chitarra elettrica, synth (ma con estrema leggerezza) trasportano in direzioni più briose l’elegismo di base, talvolta introducendo persino, come nella ruvida “You Don’t Know My Friends”, un’inedita opacità quasi imbronciata e (si può dire?) ‘indie’.
L’esperimento di mutazione genetica è vistoso nelle due “Favourite Colour Blue” che aprono e chiudono il disco: la stessa canzone arrangiata in modo diverso, puro folk minimale in entrata e leggero dream pop elettrificato in uscita, è un emblema di come la veste strumentale cambi – quantomeno nell’umore – la natura di una canzone. Forse, qui, rimane preferibile la prima (e più ‘classica’) proposta, che precede un duetto irresistibile per melodia e arrangiamento (“Been True”, “Big Time”), tra arpeggi sognanti e dei crescendo da riascoltare senza tregua.
Il resto dell’album regge bene, e le quattro tracce strumentali (“Boothill”, “Youth Decay”, “Miss Lucy”, “Chandler”) appaiono tutt’altro che momenti riempitivi; “Miss Lucy”, in particolare, integra a perfezione vena folk e puntelli elettronici, con un risultato letteralmente da sogno. E dove Brosseau aggiunge la propria voce (“New Heights”, “Axe & Stump”, “Drumroll”: deliziosa la progressione di accordi iniziale, poi nel ritornello) si respira un’aria di serenità gradevolissima.
Perché Brosseau, con garbo, come da copertina, ci ha aperto la porta di casa. Nessuna ragione per starsene fuori.
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