R Recensione

6/10

Langhorne Slim

Langhorne Slim

Mano leggera, agile, pulita. Stavolta Sean Scolnick il compitino l’ha fatto davvero bene. Niente sbavature, segni di matita rossa, né di quella blu. Archiviato il lo fi ruspante dei suoi primi ep, il relativo successo di Electric Love Letters, l’album d’esordio When the Sun’s Go Down, Slim ha previdentemente trasformato la sua scarna band (i War Eagles: Paul De Figlia al basso, Malachi De Lorenzo dietro le pelli), in una piccola orchestra da festa del 4 luglio (completata da Dan Nosheny, tuba e trombone, Brian Deck, tastiere, Sam Kassirer, fisarmonica, piano e organo e Jim Becker, violino) e, ricordando forse di essersi diplomato in uno dei migliori conservatori dello stato di NY, ha stemperato il suo crogiuolo pre-war nel raffinato contrappunto bandistico degli arrangiamenti.

L’omonimo è lieve e s’ascolta con piacere: Spinning Compass apre su accenti corali quasi square, Rebel Side Of Heaven è un rock-soul ballabile un po’ alla Creedence, Restless un guizzante western-swing, con l’impagabile stoppato del contrabbasso, una vera scheggia di delizia, Sometimes, un country-blues per slide e sfumature calypso, She’s Gone e la percussiva Hello Sunshine (Waiting For The Man? Un giorno mi devo decidere a fare un censimento di quante volte è stato clonato quel riff) country-punk alla Violent Femme (dopo tutto Malachi è il figlio di Victor) ma senza la lasciva nequizia dei padri, Colette è una ballata agra e angelicata, col giro di chitarra di Desolation Row (massì, censiamo, censiamo…), prima di tuffarsi nei saliscendi blue-grass del finale.

In Diamonds anf Gold lambisce Ben Harper, via west coast, anche se nel ritornello si strozza come un Dylan di seconda mano, The Honeymoon un garage beat nostalgico dei Fleshtones; la fulminea Tipping Point, uno sguaiato, sincopato, sussultante punk’a’billy acustico (delizia siamese di Restless, uno dei pochi brani per cui pagare il biglietto), Oh Honey, uno sgolato minuetto, e Hummingbird, i suoi ex voto dylaniani, Worries, un elegante western-swing condotto dal piano.

Epidermico, gradevole, frizzante come una sorsata di gazzosa. Lasciamolo crescere, mi verrebbe da dire, non ha trent’anni ancora, poi mi viene in mente che, alla sua età (la nostra a dire il vero), Dylan aveva già cambiato per sempre il volto della musica pop(ular) e che gli ex compagni di scuderia Two Gallants, di un anno più giovani, queste cose le fanno meglio, di gran lunga.

Ma non si può avere tutto dalla vita. Per chi s’accontenta.

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