R Recensione

8/10

Tom Brosseau

Grand Forks

Siamo nell’aprile del 1997 nella città di Grand Forks , nel nord del South Dakota. Il cielo manda giù senza pietà gigantesche masse d’acqua sulla terra. Il maestoso Red River che divide Grand Forks dalla città-sorella East Grand Forks si gonfia nel suo letto e straripa allagando entrambe le città e gran parte del paese intorno. Sembra la fine del mondo. L’onda dell’enorme fiume arriva a cinque chilometri dell’interno del paese. Quasi tutti gli abitanti devono essere evacuati. Devono fuggire lontano dalle loro proprietà, dalle loro case, dalle loro comunità. Non sanno cosa aspettarsi, nemmeno se potranno ritornare alle loro case annegate.

Grand Forks è la città nativa di Tom Brosseau – giovane cantautore folk. Con il suo nuovo album, dieci anni dopo l’alta marea, penetra oltre le anse del potente fiume e dei suoi ricordi. E lo fa senza annegare nelle acque fatali dell’ambizioso approccio da concept. Si farebbe un torto alla complessità di quest’album se si volesse comprimerlo nell’esile scheletro di semplice resoconto di fatti.

Si sente la vulnerabilità di Jeff Buckley e Nick Drake, qui dentro. Ma emerge immediatamente la particolarità di Brosseau, uno che pare sbucato da un vecchio 78 giri della tradizione folk prebellica Americana, quella cantata dal primissimo Dylan, e codificata da gente come Jimmy Rodgers e Woody Guthrie. Magari a prima vista può sembrare un anacronismo questa fedeltà al passato, in tempi in cui il folk rinasce e si trasforma sotto le larghe fronde nel neo folk. Eppure, Brosseau tutto è fuorché un fossile, e nonostante la giovane età pare un’apparizione rara di un brillante talento destinato a risplendere fuori dal suo tempo – in grado di rendere speciale ogni concerto con la sua modesta timidezza e di traghettare la magia che lo circonda anche nei solchi dei suoi album.

Grand Forks nuota brillantemente controcorrente, baciato dallo stile immediato, intimo ed incantevole del cantautore. Le raffinatezze dell’album risplendono nei dettagli. Grand Forks, è dedicato ad una tragedia, racconta di sofferenza e di devastazione, della perdita, dell’angoscia di rimanere senza un tetto, ma, paradossalmente, è più brillante, più ottimista del precedente Empty Houses Are Lonely.

La prima canzone “I Fly Wherever I Go”, col suo ottimistico upbeat, già marca questa direzione. Il disco è una piccola zattera che scorre quietamente su acque tranquille, senza furia, senza rimprovero o lamenti. Il cantautore dà voce ad un sentimento d’amore per il luogo che gli ha dato i natali, trasmette la speranza di superare con successo le rapide del destino, ma soprattutto ridefinisce, con questo disco, la sua poetica.

Da ogni poro dell’album fluisce il piacere di giocare con le parole. Sono parole semplici e dirette, ma sviluppano sempre un’anima tutta loro. A volte galleggiano tranquillamente nelle calde acque del country, come in ”Fork In The Road” (con la partecipazione del pioniere del punk John Doe e del violino classico di Hilary Hahn), a volte gorgogliano, a volte saltellano agili da una riva all’altra. In “There’s More Than One Way To Dance”, uno dei meravigliosi picchi dell’album, pedal e lapsteel si lasciano dondolare, le parole si agitano, piroettano, zampettano sulla musica, quasi che sia divenuta materiale e tangibile, come se loro stessi si godessero il ballo e Brosseau, marionettista dietro le quinte gli mostrasse soltanto la direzione da prendere.

In “Down On Skidrow” – altra highlight meravigliosa - il suo falsetto si trascina come un groppo in gola nell’incedere funereo del pezzo , “Here Comes The Water Now” narra di un fiume persificato e percepiamo dalle parole di Brosseau tutti gli sforzi nel combattere contro le masse d’acqua.

È la ricerca prudente e dignitosa di avvicinarsi ad una tragedia umana e ad una geografia fantasiosa. Tom Brosseau col suo stile raffinato e prezioso crea uno spazio senza tempo in cui il passato ed il futuro azzardano una lenta danza assieme. Chi lo sentirà per la prima volta rimarrà ammaliato dall’indefinibile aura del cantautore e sarà incapace, da quel momento in poi, di liberarsene.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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DonJunio alle 13:05 del 13 febbraio 2007 ha scritto:

bello!

interessantissimo...certo che a stare dietro a tutti i suggerimenti di questo sito c'è da perdere testa e finanze eheh.....

Lewis Tollani (ha votato 8 questo disco) alle 16:00 del 13 febbraio 2007 ha scritto:

Interessante....

...disco davvero interessante. Recensione ottima.

Lewis Tollani (ha votato 8 questo disco) alle 14:48 del 15 febbraio 2007 ha scritto:

"trovato"

... eh eh, la rete. Ho iniziato l'ascolto e devo dire che Nick Drake mi sembra in vantaggio su Buckley. Comunque devo dire che dalle tue parole me lo ero immaginato bene... complimenti.

Peasyfloyd (ha votato 6 questo disco) alle 17:25 del 16 maggio 2007 ha scritto:

Nick Drake in vantaggio su Buckley

è vero, però nel complesso mi sembra che manchi quella grazie favolistica che rendeva appassionanti album come pink moon. Disco a mio parere un pò piatto pur avendo brani tecnicamente decenti. Non è un folk all'altezza dei grandi per quanto mi riguarda