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R Recensione

8/10

Rome

Masse Mensch Material

Rome è un progetto che negli ultimi anni ci ha regalato numerose perle nel cantautorato dal sapore oscuro e decadente tipico dell'etichetta svedese Cold Meat Industry. Lo chansonnier sfuggente e riservato dalla voce baritonale è il lussemburghese Jerome Reuter, leader e mente profonda e riflessiva che ha saputo guardare con una lente scura ed ispirata il XX secolo come pochi altri hanno saputo fare. Tale lavoro si pone come un album molto profondo, espressivo e fortemente emotivo. Parliamo di un'opera dallo spirito tormentato e doloroso che si pone come crocevia tra il neofolk più ombroso e malinconico e le sfumature industrial da toni marziali. Il risultato è un lavoro di raffinata dark-wave che trova la sua chiave in una poetica esistenzialista e dannata con cui leggere il secolo scorso.

Lo spirito con cui affrontare l'ascolto è quello di un percorso incerto e solitario in una coltre ombrosa e polverosa da cittadina di guerra, aperta solo da forti slanci emozionali sparati come fucili nella notte. Dopo la breve intro di Sonnengötter sembra di trovarsi scaraventati in mezzo alle desolate strade brulle e dissestate dove il carattere industrial di Der Brandtaucher si manifesta in tutta la disperata forza marziale, accompagnata dalla voce profondissima di Reuter che ci porta lontani, con lo spirito commosso per la desolazione e i fallimenti umani, accarezzati solo dagli accordi più emotivi e malinconici tipici della sensibilità neofolk. Tale attenzione cantautoriale, espressa come fiori rari dalla delicatezza delle chitarre, ci segue come una formula ben collaudata per tutta la durata di tracce “morbide” quali Das Feuerordal, Die Nelke, Der Erscheinungen Flucht, Neue Erinnerung. Assistiamo al ricordo - visioni - di amanti ormai scomparsi dolorsamente che sembrano volerci rassicurare sugli orrori che potremo ancora vivere. Ma ancora non possiamo credere di esserci salvati e redenti. Gli echi del conflitto continuano a perseguitarci, ogni battito lontano che sentiamo è una deflagrazione nella nostra emotività. Wir Götter Der Stadt riprende il discorso dark-wave aperto all'inizio.

Lo spirito degli esiliati e dei braccati è sempre con noi, inquieto, nel cuore dell'Europa. La nazionalità dell'autore, il Lussemburgo, confine tra superpotenze del Novecento, porta una lettura interessante e multiculturale dell'opera: non mancano riferimenti in tedesco, francese e italiano (l'intro "guarda come questi tempi sono pesanti/bisogna rimanere attenti/bisogna aspettare/di nascosto sempre" di Die Nelke) a commentare i sogni, le ambizioni e le disgrazie dei diversi popoli. La solenne Wir Moorsoldaten sembra voler celebrare le vittime perse per chissà quale folle causa. Qui ormai sappiamo che già dalla cover dell'album avremmo dovuto capire tutto: il volto femminile di una bambola, attonito e ricoperto di garze ospedaliere, che sotto una luce ambrata guarda con stupore verso il vuoto, forse il futuro. Note curiose dell'album sono Die Brandstifter, tumultuosa marcia - che potrebbe essere stata scritta da Tom Waits - scandita da incessanti campane, e Kriegsgötter dal predominante giro di basso come una pioggia che ci batte continuamente addosso. La chiusura ambient con impercettibili cori lirici di Nachktlang ci suggerisce l'unica soluzione per non perderci nel dolore: forse lasciarsi andare a una flebile speranza.

La densità qualitativa dei suoni e dei contenuti si mantiene sempre su un livello molto ricercato e porta Rome tra i progetti più consolidati nell'ambiente. Il prolifico Reuter ci ha ormai abituato a lavori attenti e interessanti che lo pongono da pochi anni dalla sua nascita artistica come punto di riferimento profondo e costante per il neofolk europeo. Cosa rimane? Rimane l'abbandono al pianto più spontaneo, sconfitto e assordante sotto le sferzate marziali. Rimane la poesia disperata che guarda oltre le ideologie. Rimane il nostro volto perplesso e asciugato dalle dolci chitarre e dalla voce rassicurante di questo straordinario cantore maledetto che ci fa andare oltre l'incubo, vivendolo, risvegliandoci alla ricerca di un baluginare lontano di una nuova incerta alba.

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Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 6 voti.
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Teo 8/10
REBBY 8/10

C Commenti

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Filippo Maradei (ha votato 9 questo disco) alle 0:21 del 15 aprile 2010 ha scritto:

Complimenti alla recensione e alla scelta: una perla del folk contemporaneo partorita da una delle mente più geniali dell'intero panorama cantautorale.

Bravo Marco!

Marco Di Francesco, autore, alle 16:08 del 15 aprile 2010 ha scritto:

Grazie del commento Filippo. Reuter ha rinnovato il volto del neofolk con una ricerca musicale in continua evoluzione. Lavoro molto diverso da Flowers from Exile, ma ugualmente collegato.

Credo che a Maggio farà uscire un nuovo album, Nos Chants Perdus, sono proprio curioso di vedere dove andrà a finire.

REBBY (ha votato 8 questo disco) alle 8:39 del 3 giugno 2010 ha scritto:

Si lavoro diverso da Flowers from exile, ma

altrettanto valido. Continuo a preferire di un

pelo l'ultimo, ma probabilmente solo perchè l'ho

ascoltato per primo. Entrambi hanno il (sempre più

raro) dono di essere opere che si ascoltano con la

medesima soddisfazione dall'inizio alla fine.

Curioso il fatto che Rumore abbia infilato la rece

di questo nel settore avanguardia, mentre quella di Flowers from exile in quello punk & metal (???)