Scott Matthew
Scott Matthew
Una vecchia fotografia, alquanto sbiadita nei colori, ma capace di sollecitare ricordi ed emozioni estremamente vividi. È questa l’immagine (in me) evocata dal primo ascolto del vero e proprio LP di esordio di Scott Matthew.
Fricchettone Australiano, barbuto e trasandato, trasferitosi a New York City, US (che in questi ultimi anni è divenuta città di riferimento per la corrente “nu-folk”), Scott Matthew debutta sulla lunga distanza con l’omonimo album rilasciato nel 2008.
Sulla versione inglese di wikipedia si apprende che Scott Matthew ha fatto parte degli “Elva Show”, una band alt-pop da lui fondata insieme a Spencer Cobrin, ex-batterista di Morrissey. Da solista ha contribuito a svariate colonne sonore per la TV e il cinema, tra cui vale la pena ricordare cinque canzoni per il film “Shortbus” di John Cameron Mitchell, quattro delle quali (“Little Bird”, “Upside Down”, “In The End” e “Surgery”) vengono qui riproposte con differente arrangiamento.
Citato spesso come il nuovo Antony (& The Johnsons) dalla stampa internazionale, sono evidenti i riferimenti anche ad altri artisti della scena folk contemporanea, ovvero Devendra Banhart, Iron & Wine e soprattutto Will Oldham (aka Bonnie Prince Billy).
Un folk dalle venature pop, che si lascia digerire piacevolmente già ai primi ascolti e ne sollecita ulteriori. Nonostante l’elevata omogeneità dei brani, il disco non cade mai nella spirale della monotonia, assicurando sempre un adeguato livello di attenzione da parte dell’ascoltatore nonché di coinvolgimento emotivo.
11 perle di altissima fattura. Sonorità in dissolvenza, strumenti che sembrano suonati quasi sempre in lontananza e una splendida voce, calda e sensuale, con saltuarie estensioni in falsetto.
Un songwriting che si fa talvolta più classico e vede operare da soli il pianoforte (“Abandoned”, “Surgery”) o l’ukulele (“Little Bird”), pianoforte e chitarra insieme (“Amputee”), con eventuale accompagnamento di archi (“Ballad Dear”, “Laziest Lie”, “Habit” e “Market Me To Children”). Qualche volta si sfocia in territori prettamente folk, con la chitarra o l’ukulele protagonisti (“Prescription”, “Upside Down”), che solo raramente assistono all’incursione, quanto mai discreta, di fiati (“In The End”).
Malinconia e solitudine traspirano da ogni brano, sia nelle musiche che nei testi, tanto che da psicoterapeuta mi guardo bene dal suggerirne l’ascolto ai miei pazienti affetti da depressione. Fortemente consigliato per chi, invece, non è depresso ma è dotato di sensibilità d’animo e ama crogiolarsi in atmosfere tristi e intimistiche.
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