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R Recensione

7,5/10

Bill Ryder-Jones

A Bad Wind Blows in My Heart

Bill Ryder-Jones non è uno qualunque. Un passato come chitarrista dei Coral e un esordio che l'aveva accreditato come musicista colto di matrice classica (il suo If, lavoro strumentale-orchestrale ispirato al nostro Calvino) fanno di lui un veterano. Un veterano poco chiacchierato, però. E come capita spesso, il silenzio cela facilmente sorprese. Così è per questo secondo lavoro, licenziato dalla Domino: A Bad Wind Blows in My Heart è un piccolo gioiellino di cantautorato british contemporaneo, che deve molto all'indie della sua terra (la produzione è a cura di James Ford), come alla tradizione (si è parlato tanto di una similitudine, non inopportuna, con l'onnipresente Drake), quanto ad ibridi che vanno da Jens Lekman a Fionn Regan. Dall'indie pop al songwriting passando per un anima folk che è collante tra le parti, punto di forza della consistenza di questo lavoro.

Torniamo solo un attimo ad If, particolarmente importante per capire a fondo il sophomore di Ryder-Jones. Tutta un'altra storia, in questo caso, come già detto. Ma la continuità c'è: la perizia strumentale, la capacità di curare il sound tramite arrangiamenti raffinati e aggraziati, la varietà compositiva che affianca ad ottime trovate melodiche atmosfere sonore complesse. Sono questi i ponti tra i due lavori, il primo una sorta di tavolozza dei colori per il secondo, sorta di “traghettatore pop” di cui Ryder-Jones si serve per dare maggiore espressività e comunicatività alle sue doti.

Hanging Song parte nel migliore dei modi. Una pregnante ballad pianistica, dove gli accordi si snodano melliflui sospinti da un mid tempo accattivante, solcati da una voce calda e matura. Il brano si fa sempre più denso, concedendo hook melodici azzeccatissimi e un'atmosfera sempre più affiatata, in un crescendo emozionale che sfrutta tanto l'evoluzione lirica quanto il variegarsi degli arrangiamenti, tra i riccioli di elettrica che ricamano sullo sfondo e un organetto che traccia una tenue linea d'accompagnamento. Ed ecco, è con There's a World Between Us che si palesa l'anima folk di cui si parlava prima: tra il frusciare delle spazzole, i ricami di chitarra acustica spartiscono la scena con arrangiamenti elettrici tutti votati ad un atmosfera espansa e crepuscolare, per un pezzo languido e romantico, capace di screziare la sua materia con influssi alla Fleet Foxes (nel bridge strumentale la cosa è più che manifesta), giocandosi le carte con sapienza ed equilibrio. In sintesi: uno dei grandi pezzi di questo 2013 in corso. Il folk è ingrediente preponderante anche della minimale By Morning I, tanto purista, tra un delicato fingerpicking e degli aggraziati interventi elettrici, quanto efficace, grazie ad una scrittura senza macchie; o della nuvolosa-variabile The Lemon Trees #3 (vicina alle produzioni d'oltre oceano, si pensi ad un Daniel Martin Moore). Non è finita qui, però. L'omonima A Bad Wind Blows in My Heart è un esempio di grazia ed equilibrio: accompagnamenti leggeri a base di chitarre elettriche in arpeggio, incursioni lievi in slide, ritmo sonnolento e organetto a fare da sfondo dolente ad un pezzo strappalacrime. Altro centro. Rimane una seconda metà dell'album per niente sottotono: da una Wild Swans al sapore di Erland and the Carnival, ad una Christina That's The Saddest Song, splendida ballata sonnacchiosa che si tramuta, in pochi accordi di piano, in un brioso pezzo alla Jens Lekman, per non parlare delle ottime You're Getting Like You're Sister e He Took You in His Arms, (che belle, in questo caso, le striature elettriche in coda) brillanti esempi dell'ottima salute del brit pop.

Una scrittura impeccabile, una visione unitaria per un album completo, ricco, comunicativo. Uno dei migliori “esordi” (perché, a ragion veduta, si tratta di un esordio) cantautorali dell'anno. Registrato a Liverpool nella vecchia cameretta di quando era adolescente (un inno all'indie-pop, verrebbe da dire), A Bad Wind Blows in My Heart spartisce il senso di riservatezza domestica con la weltanschauung del suo tempo (e non solo: c'è tutta la tradizione pop inglese, qui dentro, dai Beatles in poi). Una lunga nuova vita, per Bill Ryder-Jones. Ce lo auguriamo.

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Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 5 voti.
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gull 7/10

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Franz Bungaro (ha votato 6,5 questo disco) alle 12:08 del 14 giugno 2013 ha scritto:

Io credo che si possa essere un buon cantautore inglese anche senza ricorrere necessariamente al paragone con Drake (Nick, non l'hippoppista). Drake l'ho infatti sentito pochissimo, molto di più invece John Grant, specie il primo. Un disco piacevole, con dei momenti notevoli (mi piacciono molto "By morning I" e "Hanging song") anche se poi alla lunga un pò stanca (come pure stancava il primo Grant) . Matteo descrivi molto bene l'atmosfera del disco.

Cas, autore, alle 11:22 del 22 luglio 2013 ha scritto:

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gull (ha votato 7 questo disco) alle 0:11 del 26 luglio 2013 ha scritto:

Buon disco di un autore forse minore, ma molto capace e con una voce pertinente e comunicativa. Mi era piaciuto molto anche "If", che come giustamente rilevato è molto diverso nell'impianto musicale. Qui sciorina un pezzo riuscito dopo l'altro, dall'inizio alla fine. Tra i miei ascolti preferiti nel suo genere di quest'anno.

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 21:42 del 3 dicembre 2013 ha scritto:

Se tutto fosse all'altezza di "He took You In His Arms" (che ascolto da mesi, senza mai stancarmene), sarebbe un album indimenticabile. Purtroppo così non è, e spesso affiora la noia. Peccato!