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R Recensione

9/10

Bob Dylan

The Freewheelin' Bob Dylan

Il folk come ricerca delle origini, come motivo di purezza da contrapporre ad una scena, quella rock'n'roll, screditata e distrutta (tanto dalle morti celebri quanto dagli scandali di fine anni '50). Ma attenzione: il folk anche come modo di vita bohémien, anticonformista, critico. L'immagine dell'hobo quale romantico vagabondo rimaneva solo una fonte ideale di ispirazione, che si incarnava nel morente Guthrie, un santo di altri tempi alla fine del viaggio. D'altronde Tom Paxton metteva in guardia con fare paternalistico cantando “If you see me passin' by / and you sit and wonder why / And you wish that you were a rambler too / Nail your shoes to the kitchen floor / lace 'em up and bar the door / And thank the stars for the roof that's over you”. Insomma, nel 1960 (anno in cui Dylan approdava a New York) i tempi stavano cambiando, e le nuove istanze giovanili avevano bisogno di canali adeguati per farsi strada e attecchire. Prima c'erano stati il jazz e la letteratura beat, ora c'era (di nuovo) il folk, depositario nel senso comune di autenticità e integrità. Cosa di meglio per far breccia nei cuori della gente? Curioso (ma in realtà no: “la verità è che gli immigrati tendono ad essere più americani di quelli che ci nascono”, parola di Chuck Palahniuk) che gli alfieri di questo revival portassero cognomi come Zimmerman, Van Ronk, Van Zandt, Baez: nomi che erano già l'espressione di un melting pot slegato dall'ideologia delle classi dirigenti, manifestazione di una dialett(n)ica corrosiva che si altalenava tra origini rifiutate, soggettività da affermare (pensiamo alla stagione delle lotte per i diritti civili), identità da costruire partendo dalle fondamenta. Tutto questo era il Greenwich Village. Tutto questo era il rinascimento culturale che a partire dai primissimi anni '60 sarebbe stato destinato ad influenzare il mondo intero.

Bob Dylan incarnava perfettamente lo scorcio d'epoca del quale stiamo parlando. In più era un provinciale, uno che si portava dietro il vero cuore americano (la provincia, appunto, ma anche le origini ebree). Uno che era arrivato a New York perché “Hibbing era il vuoto assoluto. Sono andato via e ho continuato a farlo perché mi annoiavo”. Una serie di pulsioni (la fuga dalla marginalità, la tensione verso i centri nevralgici della modernità, la costruzione di una soggettività autonoma) risolte nel folk. E chi pensa che Dylan arrivò al rock'n'roll nel 1965 sbaglia. Come tutti gli adolescenti degli anni Cinquanta Dylan idolatrava Little Richards, Elvis, Buddy Holly, suonando in gruppi rhythm and blues e impomatandosi i capelli come richiedeva la moda del tempo. Furono però i circoli beat progressisti di Minneapolis a formare un giovane Zimmerman ossessionato da Guthrie e divoratore di folk. Questo il Bob Dylan che nel dicembre del 1960 giunse a New York. Il Greenwich Village (bassi affitti e brulicare di artisti, poeti, musicisti) era il luogo perfetto dove cominciare a fare sul serio.

Immortalato nella copertina del suo primo album omonimo appariva timido, paffuto, innocuo. Una posa standard che rivelava la sua reale stazza grazie a pezzi depositari di una padronanza di mezzi e fini fuori dal comune. Esercizi più che compiuti alla chitarra, talkin', vocalità oscillante tra imitazione e conquista di una propria personalità, testi intelligenti e freschi, letterari, moderni. Il personaggio col berretto di velluto aveva qualcosa di magnetico e infatti divenne subito un pezzo grosso al Folk City, facendo preziose conoscenze (su tutte Dave Van Ronk, il grande Jack Elliott, poi Carolyn Hester da cui sarà messo sotto contratto) dalle quali imparava senza mai adeguarsi alla figura di studente sottoposto. Nel frattempo leggeva i poeti simbolisti e, nel 1961, componeva Blowin' In the Wind. E tra il volto acerbo del '61 e quello scavato e severo del '64 (The Times They Are A-Changing) intercorreva un periodo densissimo che è quello che fa al caso nostro, quello di The Freewheelin', primo capolavoro che iscrisse il giovane Dylan (critica e pubblico concordi) nell'elenco dei grandi folk-singers americani.

Registrato nel corso di un lungo anno travagliato (tra il cambio di produttore, la lontananza dalla Rotolo, il viaggio in Inghilterra, l'impegno per i diritti civili) The Freewheelin' è il manifesto del nuovo folk, destinato a rimanere una pietra miliare per gli sviluppi del genere. Dal linguaggio alla forma, nonostante un rispetto di canoni solo apparente, tutto è stravolto: la leggerezza e immediatezza con la quale si aggiorna la tradizione popolare ha dell'incredibile. Il registro è quello del beatnik, le melodie sono protagoniste nello scuotere il rigore austero del genere. Il popular che diventa pop, ecco.

E allora eccoci a Blowin' In the Wind, talmente idolatrata che pare banale parlarne. Ma rimane innegabile la sua pervasività: così universale da poter essere cantata tanto nelle file della sinistra radicale che negli ambienti cattolici progressisti (parlo dell'Italia degli anni '70), così carica di significato da poter conquistare lo status di impetuoso anthem di protesta, ma anche piuttosto vaga e inconcludente, se vogliamo essere severi. Un pezzo indimenticabile però, anche nelle sue contraddizioni. Ma la grande scrittura la si ritrova approfondita e impreziosita nello splendido fingerpicking della ballad Girl From the North Country: un Dylan maturo, perfettamente conscio dei suoi mezzi, che dimostra di essere legatissimo alla tradizione riuscendo però a sfornare un brano capace di ammiccare alla modernità con un linguaggio fresco ed efficace. Il pezzo che tutti vorrebbero scrivere e di cui qualunque ragazza vorrebbe essere destinataria (Please see if her hair hangs long / If it rolls and flows all down her breast / Please see from me if her hair hangs long / That's the way I remember her best). La distanza e la perdita, i ricordi, la nostalgia, il tutto convogliato in un affresco dai colori sfumati, in una dichiarazione straziante di affetto purissimo. Straziante quanto il lungo componimento di A Hard Rain's A-Gonna Fall, col suo ritmo regolare e cadenzato da anafore incalzanti, dalle quali scaturiscono visioni stranianti (I saw a newborn baby with wild wolves all around it / I saw a highway of diamonds with nobody on it / I saw a black branch with blood that kept drippin' / I saw a room full of men with their hammers a-bleedin' / I saw a white ladder all covered with water / I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken / I saw guns and sharp swords in the hands of young children) dove si vanno inevitabilmente a fondere le anime del cantastorie e del poeta colto, creando un linguaggio ibrido, ricchissimo e nuovo. O ancora la dolcissima Don't Think Twice It's all Right, con quei ricami chitarristici dove si rincorrono eleganti modulazioni e si sfoggia un raffinatissimo senso della melodia. Altrettanto notevole è il lato “impegnato” della poetica Dylaniana, rappresentato dal j'accuse di Masters of War, apocalittico atto di denuncia dove si toccano apici di concitazione estrema (And I hope that you die / And your death'll come soon / I will follow your casket / In the pale afternoon / And I'll watch while you're lowered / Down to your deathbed / And I'll stand over your grave / 'Til I'm sure that you're dead) per un pezzo anticipatore delle istanze ribellistiche della grande stagione delle rivolte studentesche. Non sono da meno i blues, quelli ironici e scattanti di Bob Dylan's Blues o di Oxford Town, o il Talkin' World War III Blues, esercizio ben riuscito di allacciamento allo stile di Guthrie e alla natura sardonica tipica del giovane autore. Non finisce qui, perché sono almeno altri due i pezzi forti di questa interminabile enciclopedia di nuovo folk: I Shall Be Free, con la sua metrica rigorosa votata a creare la massima musicalità, e la bellissima Corrina, Corrina, romantica ballad folk-rock che non avrebbe sfigurato nei celebri album del '65 o del '66, dove la cura degli arrangiamenti rivela l'ennesima anima del brillante Zimmerman.

Un lavoro che -ancora oggi- non conosce stanchezza, che riesce a fondere il Kerouac di “Mexico City Blues” e il Ginsberg di “Howl” mantenendosi però in una cornice formalmente tradizionale, dove le innovazioni stanno nel linguaggio e nella resa comunicativa più che negli stilemi musicali del genere. Un approdo alla modernità, una modernità nella quale Dylan si inserisce alternando il ruolo di interprete scanzonato, di critico implacabile, di visionario folle. Nessuno spazio, se non in aperture romantiche e idealistiche, alla nostalgia e al rétro. Il lavoro di Dylan è tutto teso in avanti, impegnato in un percorso in salita che lo porterà a conquistare molte vette (il trittico Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde), di cui questo The Freewheelin' è uno splendido presupposto, un grande classico del quale non possiamo che essere riconoscenti al genio poliedrico di Bob Dylan.

I wish, I wish, I wish in vain/ That we could sit simply in that room again / Ten thousand dollars at the drop of a hat / I'd give it all gladly if our lives could be like that” (Bob Dylan's Dream)

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Lelling 8,5/10
max997 8,5/10
GiuliaG 7,5/10

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Giuseppe Ienopoli (ha votato 9,5 questo disco) alle 11:37 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Sono molto legato a questo disco ... forse il fascino dell'opera prima ... quella vera!

La copertina, un semplice scatto, quasi banale, che diventerà "riconoscibile" quanto la foto dei Beatles che attraversano Abbey Road ... qui siamo sulla Quarta Strada di Greenwich Village e la striscia da attraversare è solo bianca ... di neve.

Bastano i primi 2 minuti e 45 secondi con tre accordi di chitarra e i percorsi della musica prenderanno nuove direzioni ... il manifesto era scritto e per la prima volta il folk fece paura ai Masters Of War.

"... e spero che moriate

e che la vostra morte venga presto

seguirò la vostra bara

un pallido pomeriggio

e guarderò mentre vi calano

giù nella fossa

e starò sulla vostra tomba

finché non sarò sicuro che siete morti veramente."

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:44 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Non tutto fila liscio, qualche momento di stanca - rivisto a posteriori, con le nostre orecchie naturalmente - c'è. Ma pochi dischi sono stati altrettanto seminali: il sommovimento culturale di tutti gli anni '60 americani qui trova uno snodo fondamentale. Varca il punto di non ritorno. Odio la nostalgia, ma che bello doveva essere sentire l'aria brillare; sapere, sentore che i tempi stavano cambiando per davvero (tanto che a Dylan risponde con toni analoghi un certo Sam Cooke).

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 16:12 del 30 agosto 2015 ha scritto:

PS: sentire e non "sentore", naturalmente

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9,5 questo disco) alle 19:24 del 30 agosto 2015 ha scritto:

... Dylan ha un grosso limite ... non riesci ad apprezzarlo veramente se durante l'ascolto non hai davanti una buona traduzione del suo slang e la giusta disposizione d'animo a farti "dylaniare".

Non è nostalgia, ma diventa bisogno di parole già possedute ma ancora necessarie perché i tempi cambiano fino al punto di riproporsi di nuovo seppure con protagonisti diversi.

Totalblamblam alle 22:41 del 30 agosto 2015 ha scritto:

... Dylan ha un grosso limite ...: Dylan, come Dio. non ha limiti.

non riesci ad apprezzarlo veramente se durante l'ascolto non hai davanti una buona traduzione del suo slang : questo per chi non è americano...chi lo segue senza traduzioni il problema non sussiste.

e la giusta disposizione d'animo a farti "dylaniare": questo si .

per me resta il più grande di tutti. me lo vado a rivedere ad ottobre. tempus fugit.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9,5 questo disco) alle 17:47 del 31 agosto 2015 ha scritto:

Finalmente qualcuno che ci accomuna e qualcosa su cui concordiamo!

Potenza di Zimmerman ... o, come dici tu, di ZimmerGod!

Seguire e comprendere i testi di Dylan in tempo reale più che incredibile o impossibile mi sembra improbabile ... ci sono continui riferimenti, che bisognerebbe conoscere, a vicende personali, alle politiche di quegli anni, alla cultura dell'epoca, ma soprattutto alle espressioni utilizzate da Dylan stesso e dagli ambienti che frequentava ... evidentemente ci sono le composizioni, le canzoni più immediate e di facile impatto, ma l'interesse e l'opera di Dylan hanno guardato anche e soprattutto alla poesia, alla metrica della rima forzata, alla letteratura della nuova frontiera che anticipava la beat generation ... esistono in commercio molte traduzioni con risultati finali notevolmente diversificati per aderenza alle effettive intenzioni concettuali del Nostro.

Comunque aspettiamo il tuo reportage sul pentaconcerto di ottobre ... non ti invidio perché il Bob_live 2015 trascura quasi totalmente il vecchio repertorio a favore delle ultime cose, proposte con l'aria di chi ha fretta di rincasare ... ma tu stesso dicevi con Virgilio che il tempo vola ... e anche la voce di Bob te lo dirà.

Totalblamblam alle 19:15 del 31 agosto 2015 ha scritto:

Le traduzioni sono sempre dei limiti e per questo dicevo che la comprensione è sempre nell’attimo dell’ascolto che è o può essere sempre diverso giorno dopo giorno. Se lo “comprendi” mentre lo ascolti cogli i significati se stai lì a leggerli come qualcuno te li pone o propone diventa una imposizione. Prendo Maggie’s farm e ogni volta che la ascolto ci trovo sempre lo stesso motivo di rivolta e incazzatura quindi un tema universale, quotidiano . Li era la sua personale rivolta , vinta, contro il movimento folk e la puzza di merda delle fattorie e dei padroni. Ora è diventata una canzone utopica perché ovvio la puzza di merda si è estesa ovunque. Ovvio che io ora parlo non nel tempo reale di quelle canzoni sue storiche ma alla fine Dylan ha sempre più o meno parlato delle allucinazioni dell’ amore , delle visioni apocalittiche della bibbia e di qualche tensione politica. Della beat generation, di una stagione all’inferno, di venti idioti e via discorrendo ne sappiamo abbastanza per poterli anche metterli da parte. La grandezza sta che sia stato il primo a farlo usando mezzi poetici simbolisti e non prosaici, senza trascurare quella voce “like sand and glue”.

nebraska82 (ha votato 8 questo disco) alle 13:21 del primo settembre 2015 ha scritto:

disco veramente piacevole e importantissimo anche se alla lunga leggermente' monotono, secondo me la leggenda del dylan che non sbaglia una virgola comincia con "bringing it all back home".

ThirdEye (ha votato 8 questo disco) alle 12:48 del 16 giugno 2016 ha scritto:

Disco molto bello ed importante senza ombra di dubbio. Personalmente il Dylan che preferisco è quello del micidiale trittico "Bringing It All Back Home"/"Highway"/"Blonde on Blonde" e quello delle Basement Tapes.