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R Recensione

7/10

Marissa Nadler

July

Gli arpeggi sognanti di Marissa Nadler sono quanto di più affascinante il nuovo folk americano abbia partorito negli ultimi anni. The Saga of Mayflower May (2005), con il suo fenomenale trittico My Little Lark - In the Time of the Lorry Low - Calico consacrava uno stile destinato a riproporsi, pressoché immutato, lungo i solchi dei lavori successivi. La Nadler si è sempre cullata in bozzetti dream-folk dalla tinte gotiche che, dietro ai suoni spaziosi e riverberati, mostravano un grande attaccamento alla tradizione.

E così, dopo la discreta prova di The Sister (2012), viene dato alle stampe il settimo capitolo (se escludiamo i due album di cover) di una saga che non da segni di cedimento. July esce però, per la prima volta, sotto l'ala confortante di due marchi d'eccellenza: il primo quello della Bella Union, etichetta non certo nuova al songwriting, il secondo quello della Sacred Bones, da qualche tempo interessata ad esplorare i confini di certo dark-folk contemporaneo (si pensi ai Case Studies).

Forte di questo doppio sostegno Marissa Nadler consolida la sua proposta, tornando a dipingere i suoi acquerelli nostalgici e malinconici diventanti nel tempo un vero marchio di fabbrica. Drive, quindi, è l'ennesima conferma: fingerpicking da manuale, liriche immerse in eco e armonizzazioni vocali, il tutto per un bozzetto folk dalle tinte autunnali e dalle trame che, in un infittirsi di densità sonora, si fanno sempre più corpose e drammatiche, tra eleganti arrangiamenti a base di slide-guitar e organo. Toni più cameristici quelli di 1923, immersa nelle partiture d'archi, e della conclusiva Nothing in My Heart, mentre Firecrackers dipinge una ballata country che sembra giungere da un altro tempo. L'impostazione tradizionale della Nadler (We Are Coming Back, Holiday In) sembra trovare in questo July un equilibrio da tempo eluso, per un susseguirsi di brani delicati, curatissimi, seppur minimali e esoterici, come da tradizione.

C'è però una nuova sensibilità, in sede d'arrangiamento, che arricchisce le textures dotando di maggiore solennità i brani: si prenda Dead City Emily con quel suo nugolo di synth che si intrecciano ai riverberi della chitarra elettrica, o l'elettrificata Was It A Dream, o ancora la ballata a base di piano e linea sintetica di I've Got You're Name, o infine il drone che accompagna l'incedere di Anyone Else.

Sperimentazioni che si inseriscono garbatamente nelle composizioni, senza apportare innovazioni radicali, “limitandosi” ad impreziosire un'espressività giunta all'apice di maturità. July stabilisce un nuovo punto fermo, a livello di caratura stilistica e autoriale, nella discografia di Marissa Nadler, che si conferma come una delle più serie autrici americane d'oggi.

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 4 voti.
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target 7/10
gull 7,5/10

C Commenti

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target (ha votato 7 questo disco) alle 20:46 del 26 gennaio 2014 ha scritto:

Suona praticamente sempre uguale, lei. Ma non è un problema.

Lezabeth Scott (ha votato 7 questo disco) alle 15:47 del 27 gennaio 2014 ha scritto:

Non scende mai sotto il 7. Una garanzia.

NathanAdler77 (ha votato 8 questo disco) alle 13:07 del 22 febbraio 2014 ha scritto:

“July” rappresenta, probabilmente, la piena maturità della Nadler (memorabili i visionari goticismi di “1923” e “Anyone Else”). Una personalissima grafia dream-folk sempre più fuori dal tempo e sospesa verso la classicità.

gull (ha votato 7,5 questo disco) alle 19:37 del 16 marzo 2014 ha scritto:

Bello bello, tra i migliori di Marissa, una delle grandi autrici di questi anni.