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R Recensione

7,5/10

Nadine Shah

Love Your Dum and Mad

Nadine Shah ha la stazza della grande artista. Lo dimostra un esordio dotato di una compostezza e di una forza espressiva a tratti invidiabili. L'utilizzo della voce è il primo elemento a fare la differenza: è già maturo l'uso di un registro capace di estensioni del tutto a loro agio nell'esplorare con varietà -tra modulazioni e tremolo- i confini di un contralto prestato ad atmosfere umbratili, gravi. Non solo voce, però. La musica è altrettanto raffinata: un affresco dai toni prevalentemente dark tra sonorità ora martellanti, ora delicatamente suadenti (pur rimanendo nell'alveo di un registro cupo), per una sorta di cantautorato rock-cameristico che riporta alla mente sia la prima Lisa Germano che l'opera di Shannon Wright, passando per Pj Harvey. Chiaro, la Shah vi parlerà di Nina Simone e di quanto si sia ispirata a lei: bene, puntare in alto è indice di una sana ambizione.

Ed ecco infatti che l'attacco stridente e ossessivo di Aching Bones (tra clangori metallici, basso minaccioso e tocchi di piano sinistri) arriva sinistro ad aprire un album capace di regalare tante sorprese. To Be A Young Man prosegue rendendo ancora più drammatici ed intensi i toni, amalgamando ad un melodismo dolente un sound corposo che si infuoca nel ritornello dominato dai gorgoglii della chitarra, tetra e granulosa. Uno dei primi apici lo si raggiunge con Runaway, primo fulgido esempio del potenziale della Shah: dietro ad una maschera ruvida ed aggressiva si cela un dosaggio melodico di squisita eleganza, assieme ad una grande padronanza vocale. Il trittico iniziale è però solo un primo assaggio: The Devil è un sabba spettrale, un pezzo dotato di un fascino oscuro impareggiabile, Floating è una lenta litania disturbata dagli stranianti effetti in sottofondo (e a questo punto una parola va spesa per Simon McCabe, indispensabile nella resa delle particolarissime atmosfere presenti in Love Your Dum and Mad), Used It All, poi, mette a nudo l'essenza della Shah, che con un piano e la sua voce riesce a ricreare lo stesso pathos dei pezzi più riccamente arrangiati. Un pianoforte sempre in primo piano, nella seconda parte dell'album, che regala il valzer da casa infestata di Dreary Town, la cameristica Filthy Game e la malinconia onirica di Winter Reigns.

Un esordio che promette grandi cose, questo di Nadine Shah. Un lavoro dotato di una personalità imponente, capace di delineare una visione artistica compiuta, adulta. Una gemma che, pur essendo debitrice -come è normale- di influenze altrui, riesce a brillare di luce propria. Un disco su cui scommettere. O anche solo da non perdere.

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