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8/10

Neil Young

HItchhiker

Ormai da diversi anni Neil Young ha aperto lo scrigno dei suoi mitologici e sterminati Archivi, e le uscite discografiche di quel filone hanno già ampiamente saziato gli appetiti dei suoi più esigenti aficionados. Quest’anno è cosi' arrivata la pubblicazione di "Hitchiker", uno dei suoi più favoleggiati  “lost album”: frutto di un'unica session solitaria e acusticheggiante, registrata in una singola notte, da allarme in caso di inopinato controllo anti-doping, nel 1976 nella sua villa di Malibu.

Siamo in un periodo assai confuso per il Loner, che ha appena piantato in asso l’eterno amico-rivale Stephen Stills in tour, e si cura le ferite di una prima parte di decennio vissuta a tutta velocità: successo clamoroso e in parte rinnegato con la “ditch trilogy”, lutti, il sodalizio con Crosby, Stills & Nash ormai spezzato, amori finiti e turbolenze politico-esistenziali. Il risultato è un disco realizzato con il fido David Briggs in cabina di regia, ma subito inghiottito nei suoi mitici scantinati, anche se la maggior parte dei brani in esso contenuti verranno, come da prassi per Neil, rielaborati in altra veste in lavori successivi. Su tutti proprio la brutale auto-confessione sulla sbornia post-Harvest delineata nella title-track, riarrangiata con la spettrale produzione di Daniel Lanois nell’ottimo “Le Noise” del 2010.

Solo due sono infatti gli inediti tout court dati in pasto ai più esigenti collezionisti di tutto ciò che è scaturito dalla penna dell’eterno orso canadese: “Hawaii” e “Give Me Strenght”, due tipici numeri da crepuscolo westcoastiano, che avrebbero potuto arricchire quel seguito di “Deja Vu” di CSN&Y rimasto una chimera per tutti i seventies. Non mancano d’altronde alcune primordiali versioni di classici conclamati del repertorio youngiano, da “Pocahontas” a “Captain Kennedy”, fino ad una incantevole “The Old Country Waltz” solo voce e piano, ben lontana dal caustico e sgangherato country-rock di “American Stars n’ Bars”. Svetta in particolare la prima versione di “Powderfinger”, in assoluto uno dei capisaldi di ogni concerto coi Crazy Horse da eoni, ben diversa dalla tellurica tempesta di feedback che apriva la facciata elettrica di “Rust Never Sleeps”. Si può così apprezzare meglio, nel suo crudo candore, uno dei testi più toccanti e celebrati nella peculiare Epica Americana dell’uomo dell’Ontario: la storia eroica di un ragazzo che varca la linea d’ombra della vita senza fare ritorno.

Notevole infine l’aver dato un’ulteriore vetrina a “Campaigner”, sublime ballata un po’ schiacciata nella tripla raccolta “Decades”, che presenta la disillusa confessione di un attivista democratico: i cocci del sogno americano e della controcultura sixties vengono messi in scena con un mood degno di “On the beach”, in versi emblematici come “Roads stretch out like healthy veins/ And wild gift horses strain the reins/ Where even Richard Nixon has got soul / Even Richard Nixon has got soul”.

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FrancescoB alle 15:06 del 3 dicembre ha scritto:

Nello è questione di fede e non di semplice musica, mi fiondo seduta stante nell'ascolto. Mi aspetto molto e . fidandomi ciecamente di Junio - credo che e mie aspettative siano ben riposte. Recensione come sempre limpida, piacevole e accurata.

zagor alle 15:56 del 3 dicembre ha scritto:

Il vecchio Nello ha messo online tutto il suo catalogo, consultabile in streaming. C'è da perdersi qua dentro. Layout sel sito favoloso, sui contenuti chetelodicoafare. http://www.neilyoungarchives.com/

Totalblamblam alle 13:38 del 4 dicembre ha scritto:

Zagor il sito di Nello e' fico ma gnafo' a sentire la musica in streaming. sto disco ha beccato un 4 su or qui avete raddoppiato la cifra! io non andrei oltre un sei politico

zagor alle 14:31 del 4 dicembre ha scritto:

eh ma i ggggiovani ascoltano tutto in streaming ormai ( spotify docet), i tempi cambiano.

FrancescoB alle 22:33 del 4 dicembre ha scritto:

I gusti sono soggettivi, ma la valutazione estetica e storica lo dovrebbe essere un po' meno. Preferisco un Junio che manifesta il suo amore con un 8 magari un po' forzato, ma secondo me legittimo, se contestualizziamo il disco nel 1976 e vi scoviamo alcune perle, piuttosto che un 4 del tutto illogico. Un album con brani al tempo inediti (Pocaonthas, Powerdfinger, la title-track), tutti splendidi, e alcune novità comunque discrete (Hawaii è un bel pezzo tipico di quella fase della carriera) per me non può essere giudicato "gravemente insufficiente", o totalmente inadeguato, o la definizione che preferite voi per tradurre in parole un sonoro 4. Se questo disco fosse uscito nel 1976, sarebbe considerato un lavoro minore in quel contesto di assoluta eccellenza che è la produzione di Nello degli anni '70, ma riceverebbe un doveroso giudizio positivo, almeno discreto. Qui non vedo pezzi "brutti" o del tutto insignificanti (anche perché molti torneranno nelle opere successive, cui nessuno sogna di affibbiare un 4, indi il giudizio risulta del tutto ingiustificato), vedo un buon lavoro acustico, con qualche perla e brani normali.

Totalblamblam alle 13:30 del 5 dicembre ha scritto:

e' proprio questa dicotomia tra storia ed estetica che crea friction soprattutto su un arco temporale cosi' esteso. 4 e' una bocciatura che anche io non condivido ma anche l'otto mi pare volante.

FrancescoB alle 19:50 del 5 dicembre ha scritto:

Più che altro serve coerenza: o Pocaonthas, Powerdfinger etc.. sono pezzi orrendi sempre, oppure non lo sono mai. Qui si può apprezzare meno la versione di Nello, ma il 4 io lo riservo alle cose imbarazzanti.