Matt Elliott
The Broken Man
L'uomo distrutto è l'uomo che fa della chitarra il suo unico, ultimo porto sicuro: Matt Elliott è arrivato a questo, chiude gli occhi mentre canta e si aggrappa alle corde della sua classica con zero virgola uno grammi di forza. Un lavoro se possibile ancora più acustico degli altri che l'hanno preceduto, meno stratificato nelle composizioni; se prendiamo il suo vero capolavoro, "The Mess We Made", un qualsiasi paragone vede "The Broken Man" decisamente più lineare, orizzontale, che abbandona le progressioni strumentali in favore di un cantautorato più scarno, talvolta affogato in eleganti fingerpicking à la Kozelek ("Please please please"), altre racchiuso nel folk-balcanico di comun(ista) depressione ("Dust Flesh and Bones"), punto di contatto di un po' tutta la carriera di Elliott.
Quel che è certo è che a mancare sono le frastagliate impennate drum 'n' bass di "The Mass We Made" (perfetta sintesi, appunto, tra l'elettronica di Third Eye Foundation e il narrativismo esangue di Elliott), le esplosioni marziali di "Howling Songs", e in generale un po' tutto il mood opprimente degli altri lavori, qui leggermente più arioso e acceso. Ma non è solo un lavoro di sottrazione quello partorito dal cantautore inglese: dal mare disteso della voce grave di Elliott si muove la risacca andalusa di "The Pain That's Yet To Come", tutta accordi flessuosi e (gli ormai familiari) cori ululanti che coprono, prima, e innalzano, poi, un'onda di micro distorsioni elettriche; c'è una breve flessione strumentale, costruita per intero sui giochi di tono nelle scale armoniche della chitarra ("How to Kill a Rose"); e ci sono soprattutto due splendide sessioni lunghe che da sole impreziosiscono "The Broken Man", altrimenti opera asciutta che poco avrebbe aggiunto alla sua arte: la prima è l'Elliott più classico, armato di chitarra, che scandisce i versi iniziali rincorrendo i tempi dei suoi accordi, acquieta poi la chitarra aprendo di gola secca l'immancabile squarcio di languido pessimismo, e chiude il tutto con una bella risalita melodica sugli archi acuti ("Oh How We Fell"). La seconda è la vera gemma dell'album, una splendida suonata per pianoforte, di grande tensione emotiva nel districarsi delle note, prima elegante, poi intenso e infine infelicissimo, tanto da suggellarne il sincero sconforto solitario con ululati di lupi nel sottofondo ("If Anyone Tells Me ''It's Better to Have Loved and Lost Than to Never Have Loved at All'', I Will Stab Them The Face").
Un album che aggiunge poco al mormorìo avvilito di Elliott, ma che conferma ancora una volta l'abilità del nostro di Bristol nel ricreare, con melodie anche molto simili tra loro, malinconie sempre nuove. Quando la tristezza diventa un'arte infinita.
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