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R Recensione

6,5/10

Shannon Wright

Division

Claustrofobia. Pressione. Struggimento. È una piaga sempre più profonda e dolente quella che, in modalità diverse, segna le carni del “nuovo” (si fa per dire) corso di Shannon Wright: un processo di frantumazione interiore e scomposizione formale che, passando per la fosca introspezione riot di “Secret Blood” e la sconquassante heavyness di “In Film Sound”, si acuisce oggi nella lacerante nudità di “Division”, undicesimo capitolo studio per la cantautrice di Atlanta e suo primo disco lungo in quattro anni. Uno iato – per i nostri standard – considerevole e per questo pregno di significato, in cui Shannon ha addirittura pensato di lasciare per sempre la musica e la stressante vita on tour in favore di una sfera privata fino a quel momento sacrificata: decisione poi ritrattata grazie all’incontro e al successivo sodalizio artistico stretto con la pianista Katia Labèque che, oltre ad aiutarla fattivamente nella stesura e nella composizione dei brani di “Division”, le ha messo a disposizione lo strumento e la propria dimora cinquecentesca di Roma (condivisa con quel David Chalmin che qui suona tastiere e viola da gamba).

Aldilà dei sacrosanti gusti personali, ancora una volta il risultato non può dirsi prevedibile. Delle chitarre tonitruanti e delle atmosfere limacciose del disco precedente non rimangono che tracce sparse, riferimenti sparuti ad occhieggiare qui e lì: i fragorosi crash di “Wayward” evocano una lontana parata funeral doom, il fuzz decadente della title track rimanda addirittura a “Over The Sun” del 2004. Minimalismo per minimalismo, l’impenetrabile corazza elettrica viene sostituita da raffinatissimi arrangiamenti che pescano a piene mani dalla tradizione classica e dalla contemporaneità elettronica, impreziosendo la periferia di ballate scheletriche e sofferenti. “The Thirst” è il momento in cui questi due linguaggi si fondono encomiabilmente: Shannon sembra una Beth Gibbons in preda alla disperazione, intubata fra carillon sinistri e fragorosi clangori cripto industrial. Altrove, gli esiti non godono di un simile bilanciamento. Il lirismo tormentato di “Accidental”, ad esempio, è contrappuntato da lunghi bordoni di archi e da una fitta texture di beat e glitch: “Seemingly” è una costruzione di astratto candore, una performance metamusicale à la Laurie Anderson che si aggrappa a rade note di pianoforte funestate da flanger e rumori ambientali; “Iodine” è una goth-wave piuttosto irrisolta, la cui conduzione è affidata ad un dialogo spartano tra wurlitzer, chitarra e pad riverberati. Sono i brani più lunghi, curiosamente, ad essere i più riusciti. “Lighthouse (Drag Us In)” ribalta come un calzino gli stravaganti umori mitteleuropei di “Let In The Light”, inscenando una cavalcata di fantasmi impregnata di umori neoclassici (mozzafiato la frenetica chiusura a passo di valzer): “Soft Noise” si inabissa in un gorgo sonoro che mette assieme Schubert e Chromatics.

Se “In Film Sound” era in tutto e per tutto esplicito, anche nel suo passatismo, “Division” ne è il perfetto completamento enigmatico, ammantato di mistero. È bene prenderne coscienza: il disco compiacerà alcuni, ma irriterà molti altri.

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