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R Recensione

7,5/10

Wovenhand

The Laughing Stalk

Nella vita aspettiamoci di tutto, tranne che un disco brutto di questo signore qui. Ché con lui, senza che neppure si sia dovuto scomodare l’Altissimo, fu la luce fin dal principio, fin da quell’esordio a nome 16 Horsepower che per il sottoscritto - non esagero - rimane uno dei dischi più belli di tutti gli anni ’90. Non so se in giro ci sia qualcun altro ugualmente in grado, ad ogni nuova uscita, di rinnovare l’entusiasmo dei suoi più o meno affezionati ascoltatori. Voglio dire: qualcuno che riesca ad attraversare quasi vent’anni di musica mantenendo, oltre ad una coerenza e ad una cifra stilistica a dir poco solide, anche un’ispirazione fervente, sempre viva e profondamente sincera.

David Eugene Edwards è così, un colosso di costanza e genialità. Un’anima artistica talmente ben definita - stilizzabile in una base cantautorale americanissima innamorata di spigoli e scurezze new wave - da poter essere riconosciuta sempre e con certezza, indipendentemente dai “corpi” scelti per presentarsi. Roba che, se non fossi ormai assolutamente certo della sua profonda fede cattolica, parlerei di autentiche reincarnazioni. Così, se per l’ultimo, splendido, The Threshingfloor, il “corpo” era per lo più acustico e volto al mondo, con influenze che spaziavano dall’Africa al Nepal passando per i Balcani, in questo The Laughing Stalk DEE decide per l’esatto opposto: confini anglo-americani strettissimi (ma nessuna traccia della tradizione country/folk delle origini tanto cara al nostro), elettricità padrona del campo e musica estratta dal nocciolo del blues/rock più duro e pesante. Risultato? Ennesimo disco diverso, ennesimo disco splendido.

Long Horn in apertura basta per le presentazioni: un basso grande così, abbassato di un tono secondo i più basilari dettami di metal e dintorni, che gira in minore dentro una batteria affilata pestata con fredda determinazione. E’ un suono profondo e pieno di eco, molto distorto (anche se, nel caso, il contesto è elettroacustico) e molto scuro, al punto che in mente vengono altri (i Tool, ascoltare l’inizio di As Wool per credere) che su certi suoni estremi volti a tradurre ricerche mistico/spirituali hanno costruito una carriera. King O King, con la sua batteria roboante su tom e timpani, è per pesantezza l’apice di tutto il disco; ma anche quando le derive new wave prendono il sopravvento (In The Temple, dritta e quadrata, guarda a The Associates; The Laughing Stalk si apre con chitarre che rimandano ai Cocteau Twins più eterei; Closer e Maize, al centro di tutto, nascondono dentro una natura mantrica il sapore ossessivo dei Joy Division) il mood non sembra risentirne in alcun modo. Merito certamente anche degli addetti ai lavori: non solo i nuovi strumentisti - Charles French e Gregory Garcia, rispettivamente alla chitarra e al basso -  ma anche e soprattutto Alexander Hacke (Einstürzende Neubauten) al mixer, uno che di stridori metallici, riverberi e cupezze sonore certamente ne capisce abbastanza.

Edwards canta come sempre quello di cui ha cantato sempre: sorta di predicatore invasato, andrebbe esorcizzato dal diavolo perché posseduto da Dio. Insomma, quant’è insolito - a maggior ragione dentro musiche tanto dure - sentire esplodere i “gloria” e gli “alleluja” al posto dei “fuck”, o sentire invocare i profeti invece che mandare affanculo i potenti? Mica tutti se lo possono permettere. Risultando credibili, voglio dire. David Eugene Edwards va anche oltre: fa passare il tutto come semplicemente inevitabile. Ovvero assolutamente necessario. L’ascolto della conclusiva Glistening Black, con quel tre quarti meraviglioso quanto le aperture che lo spezzano, dice soltanto di mettersi lì, pacifici, ad aspettare il prossimo capitolo. Con la ferma convinzione di non incorrere in delusioni. Anche questa, in fin dei conti, è fede.

V Voti

Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 5 voti.
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REBBY 6,5/10

C Commenti

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Franz Bungaro (ha votato 7,5 questo disco) alle 10:32 del 13 dicembre 2012 ha scritto:

Cazzarola che disco. Alleluja!

NathanAdler77 (ha votato 7 questo disco) alle 19:03 del 20 dicembre 2012 ha scritto:

La prima riga del Gaz riassume bene la qualità superiore di questo (santo) uomo: sì, il Predicatore Edwards non sbaglierebbe un disco neanche volendolo. Lo riconosceresti tra mille, tanto unica e coerente è la sua "evangelica" mistura country-dark che esorcizza Cash, Cave, i Joy Division e il folk dell'est Europa in un colpo solo. Un Antico Testamento che odora sempre di zolfo, anche se stavolta le nove visioni bibliche di "The Laughing Stalk", torride e rocciose, a tratti epicamente hard (in "King O' King" e "As Wool" i Gun Club vanno a messa con postura sabbathiana), acquistano in impatto e coesione ma perdono qualcosa della fascinosa varietà di album come "Consider The Birds" e "The Threshingfloor". Comunque siano sempre lodati, Davide Eugenio e i suoi Wovenhand.

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 9:02 del 25 marzo 2013 ha scritto:

Troppo "caciarone" per i miei gusti (avevo preferito, e di molto, il precedente), piazza comunque due frecce acuminate davvero niente male (le prime 2). Più Gun club che Joy division, nonostante la cover.