C Capitolo 47 - Dal grunge al nu metal - pagina 1 di 6

47 - Dal grunge al nu metal (1/6)

Se gli anni ’90 segnano definitivamente il crollo delle barriere stilistiche e degli steccati storici tra stili, il metal è probabilmente il genere che più di tutti porta su di sé i segni di questo cambiamento: il fenomeno grunge è solo una prima avvisaglia della rivoluzione imminente. Le origini del non-movimento di Seattle risalgono alla metà degli anni ’80, per la precisione al 1985, anno dell’esordio discografico dei Green River, seminale band di cui fanno parte futuri membri di Pearl Jam e Mudhoney: il disco in questione è “Come On Down” e già ha dentro di sé tanti dei semi che germoglieranno di lì a poco nella rigogliosa scena cittadina.

Da una parte ci sono due fan dichiarati degli Iron Maiden come il bassista Jeff Ament ed il chitarrista Stone Gossard (futuri Pearl Jam), dall’altra un vocalist come Mark Arm ( futuro Mudhoney) che si prodiga il più possibile per far rivivere lo spirito di Iggy Pop; il risultato è uno strano ibrido tra hard rock e garage punk, una fusione ancora acerba che prefigura il vero elemento distintivo e denominatore comune della scena grunge: una fusione illecita ed inedita di punk e metal che apre la strada ad un’infinita serie di ibridi durante il decennio seguente. Il connubio eretico tra i due generi si ripresenta un paio d'anni dopo con “Gluey Porch Treatments” dei Melvins, fenomeno anomalo di gruppo post-punk dedito a ricreare le atmosfere tetre e minacciose dei Black Sabbath.

Quando nel 1988 esce la raccolta “Sub Pop 200” i ranghi del movimento di Seattle sono già praticamente completi: Mudhoney, Nirvana, Screaming Trees e Soundgarden sono tutti presenti all’appello a dar lustro ad una scena cittadina che non è mai stata così eccitante: basta tuttavia un rapido ascolto per rendersi conto di quanto le sonorità di questi gruppi siano radicalmente diverse tra loro. I Soundgarden, all’esordio lo stesso anno con “Ultramega OK”, si rivelano il ponte ideale tra il mondo del metal e quello dell’hardcore: il loro suono riprende gli scuri riff Sabbathiani ed il cantato di Chris Cornell più di una volta porta a fare il nome di Robert Plant, ma la struttura dei pezzi è asciutta, essenziale e poco concede agli onanistici virtuosismi del metal,baciata piuttosto da una forte vena psichedelica che ritroveremo anche nei dischi successivi del gruppo, da “Louder Than Love”(1990) a “Superunknown”(1994), il capolavoro del gruppo.

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.