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R Recensione

7/10

AA.VV.

Southern Family

C’è un’America, a quanto pare, che di morire non ne vuol sapere. Un’America profonda e provinciale che, seppur oscurata dal modernismo cosmopolita dei grandi centri urbani, torna episodicamente (penso al lavoro del 1978 “White Mansions”, cui l’album in questione si ispira, o alla parentesi alt-country dei primi anni Novanta) a ribadire con fierezza la propria esistenza. È solo di recente, mi pare, che generi come l’americana, il country, il folk degli Appalachi, sono tornati a far capolino tra le influenze dei musicisti “alternativi”. Bastino, per rendersi conto di tale capacità di infiltrazione, le farciture americana di gruppi modernisti come i War on Drugs, o lo spirito southern di un Ryan Adams, o ancora il successo di Jason Isbell o del tradizionalissimo Sturgill Simpson (una sorta di Fred Neil dei giorni nostri). Un gusto, quello traghettato da etichette come la New West (una delle più note per quanto riguarda il “modern americana”, anche se si potrebbero citare realtà come la Thirty Tigers, la Lost Highway, la Southeastern), che serpeggia oggi come non mai (mi vengono in mente, per libero accostamento, le atmosfere della serie True Detective), insinuandosi nelle fibre tanto di una Angel Olsen quanto di un inglesone del calibro di Thomas Cohen.

[...]Southern music is diverse. It’s not just country, it’s not just bluegrass, it’s all of it: It’s rock ‘n’ roll, it’s soul, it’s blues...”: così, secondo il produttore Dave Cobb, che ha messo assieme i dodici musicisti della compilation “Southern Family”, andrebbe inteso questo “meta”-genere, presentato al pubblico in una raccolta che diventa manifesto d’intenti nel momento in cui (come suggerito da Ann Powers in un bell’articolo su NPR) la si legge come punto di giunzione tra racconto individuale e spirito del tempo. Non un semplice accostamento di brani, ma un vero e proprio album di famiglia, un’istantanea di come suona la musica del Sud oggi. Nelle parole di Cobb: “The concept is Southern family. It's everybody writing personal songs about their family growing up in the south. And the second bigger concept is taking all these talented artists and putting them all together”.

Un songwriting curatissimo, dunque, tra celebrazioni idealizzate di vita rurale (la splendida “Down Home” di Brent Cobb, madida di umori Seventies) e rivisitazioni di grandi classici (ottima davvero la polverosa e aggressiva “You Are My Sunshine”, duettata da Morgan & Chris Stapleton, con quella chitarra blues accigliata che ricorda le atmosfere noir di certi Sixteen Horsepower), passando per delicati affreschi folk-country (“Simple Song” di John Paul White), celebrità del nuovo Nashville sound come Miranda Lambert (“Sweet By and By”) e Brandy Clark (“I Cried”), coloriture soul a base di fiati e organetto (“Learning” di Anderson East), fino alle grasse movenze in salsa Canned Heat/Lynyrd Skynyrd del gospel “Can You Come Over?”, a firma Shooter Jennings, e allo spiritual che chiude l’album, omaggio alla tradizione nera, “The Way Home”, di Rich Robinson.

Un salto all’indietro oppure una resistenza contraddistinta da rinato spirito comunitario? Di certo, qui, non stiamo parlando del country stereotipato da saloon in stile Walker Texas Ranger, né di un rigurgito reazionario della serie “Make America Great Again”, quanto semmai di una garbata sensibilità che vede nella musica -quella bianca, in questo caso, essendo la scena nera impegnata in una piuttosto politicizzata ondata “black wave”- la realizzazione di quel melting-pot che sembra definitivamente schiantato nella società americana. Un’operazione idealista a cui dare una chance, visto come stanno andando le cose.

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Marco_Biasio alle 13:37 del 28 luglio 2016 ha scritto:

Grazie di questa bellissima segnalazione, Cas. Sto ultimando la lettura di The Grapes of Wrath proprio in questi giorni, vorrei iniziare a breve Pian della Tortilla: qualcosa mi dice che questa compilation farà uno straordinario pendant!

Cas, autore, alle 13:59 del 28 luglio 2016 ha scritto:

aah sì, con Steinbeck questa roba qui ci sta a pennello, soprattutto se alternata a gente come Woody Guthrie e a qualche raccolta di blues polveroso degli anni Trenta (p.s. Furore romanzo della vita)