Daughn Gibson
All Hell
È possibile innovare facendo i passatisti? Almeno in musica pare di sì. Lo ha dimostrato l’anno scorso Dirty Beaches, che affondava nelle radici anni ’50 per tirare fuori un disperato romanticismo coperto di fuzz dal sapore inedito. E lo dimostra quest’altra creatura degli Stati Uniti remoti, di nome Daughn Gibson: ex batterista della band metal Pearls and Brass, attualmente camionista, immagine machista del provinciale americano in camicia di flanella (sbottonata quanto basta per mostrare er pelo) e fucile in spalla. Sì, insomma: è possibile innovare da questa base sfacciatamente ultra-conservatrice?
“All Hell”, di fatto, è un disco di americana, costruito però con le modalità con cui si costruisce un disco di electronica. Ora, parlare di Johnny Cash meets Nicolas Jaar, come da più parti si è fatto, mi sembra esagerato, ma almeno aiuta capire come si infiltrino, tra le maglie country blues del disco, venature nuove, di certo dissonanti, e tipiche di un linguaggio modernista. Su loop di piano la voce baritonale di Gibson può essere sporcata da graffiature gospel (“In the Beginning”), o filtrata da vocoder per effetti davvero post dubstep piuttosto scioccanti (“Tiffany Lou”), tanto più se a fare da base sono giri di chitarra buoni al massimo per locali country del midwest. Dove questo attrito vecchissimo/nuovissimo funziona ne escono pezzi notevoli, come la ballad da vecchio crooner (ma su una base à la James Blake) “A Young Girls World”, o come “Looking Back on 99”, dove la drum machine pesta dura sopra chitarroni twang e un basso quasi big beat.
Per questo, sopra, si citava Dirty Beaches: l’operazione è molto simile, visto l’ampio riuso di sample, l’impostazione vocale cavernosa e il ricorso a sporcature diffuse su giri retrò (“Bad Guys”, “Rain on a Highway”). Certo, Gibson pesca dal country piuttosto che dal rock’n’roll nelle sue declinazioni psycho-billy, anche se poi, soprattutto nel finale, tira fuori numeri davvero indefinibili e quasi schizoidi, da ballate traslucide (“Ray”) ad affondi noir che strizzano l’occhio a Morricone o Lynch (“All Hell”).
L’esperimento di Gibson è interessante, allora, anche per le sue possibilità di evolvere in moltissime cose diverse. Progressista, dunque, il truck-driver della Pennsylvania? Intanto ha pubblicato uno degli album, se non più belli (ché qualche caduta c'è), più stimolanti dell'anno.
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