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R Recensione

7,5/10

Guano Padano

Americana

Nella concisa e puntuale prefazione al capolavoro critico di Leslie Fielder, Love and Death in the American Novel (1960), Charles Harris ricorda come, dodici anni prima, l’allora trentunenne, sconosciuto, squattrinato assistente di inglese all’Università del Montana avesse stuzzicato un ginepraio con la pubblicazione, sulle pagine della defunta Partisan Review, di un breve saggio, intitolato Come Back to the Raft Ag’in, Huck Honey!. La tesi di fondo: che la letteratura anglo-americana, o sedicente tale, fosse votata ad un regolare e ricorrente pattern tematico, la solitudine del WASP e dell’uomo nero (o dell’indiano perseguitato, massacrato, diffamato) condivisa, in coppia, nella natura selvaggia – proprio come succede a Jim ed Huckleberry Finn (The Adventures of Huckleberry Finn, Mark Twain, 1885) o a Ishmael e Queequeg (Moby Dick, Herman Melville, 1851). Non ci volle molto perché l’America del 1948 – nazionalistica, capitalistica, consumistica, visceralmente anticomunista, razzista – traducesse la peraltro corretta interpretazione di Fielder in accenti omoerotici, in un vero e proprio affronto all’identità: era il cane che si mordeva la coda, la potenza militare della bomba atomica e il neonato forgiato dalle tesi illuministiche del 1787, Hollywood e Rosa Parks, l’MKULTRA e il dibattito in cucina, il Ku Klux Klan e il Mayflower.

Per scrivere dell’America non si può fare a meno dell’America, di un’esistenza fondata sulla quicksand della contraddizione. Si leggano, i capisaldi della letteratura anglo-americana, e si scopra che tra le pieghe del paese dove ogni uomo ha il diritto ad essere felice, del benestante egotismo di John de Crèvecoeur, della frontiera politica di Frederic Jackson Turner si nascondono sordidi intrighi di incesto e di violenza familiare (il Wieland di Charles Brockden Brown), vivono self made men senza futuro e prospettiva (il David Bell di Americana, esordio di Don DeLillo), antichi nobili contagiati da uno squilibrio ematico dal carattere quasi atavico, biblico (gli Usher di Poe), freak facilmente adattabili a capri espiatori (The Monster, Stephen Crane), tipi caratteristici inclini alla pederastia (ché Vladimir Vladimirovič americano lo era, sebbene d’adozione) e al crimine (l’antologica Joyce Carol Oates di Where Are You Going, Where Have You Been?, il Truman Capote di In Cold Blood). America è croce e delizia, incubo e resurrezione. I Guano Padano di Alessandro “Asso” Stefana, Danilo Gallo e Zeno De Rossi, che mai hanno celato l’ambizione di riassumere in un sol suono una tradizione culturale tanto ricca e controversa, filtrano tutto questo nel loro terzo, didascalico disco: uno spaccato, senza censure, di una terra, di una vita, di una musica (molto accurata è la lista delle citazioni e delle influenze, in gran parte ascrivibili all’omonima antologia curata da Elio Vittorini negli anni ’40, che potete consultare sul loro sito ufficiale).

Sono, al solito, strumentali parlanti quelle del trio italiano, un po’ per vocazione (lo slow-core aromatizzato southern di “White Giant”), un po’ per fattivo supporto di narrazione e cantato. Non è un caso che ben tre voci si alternino, lungo i diciassette episodi dell’album, con intenzioni e suggestioni differenti. Francesca Amati dei Comaneci (segnatevi il nome, lo ritroveremo a breve anche in “Adagio Furioso” dei Ronin) gorgheggia soavemente versi di Edgar Lee Masters nel folk al rallentatore di “The Seed And The Soil”: “Dago Red” è uno stornello stomp in cui Dan Fante, figlio di John, racconta il tragicomico rapporto tra il padre, ridotto alla fame, e l’editore assillato dalle continue richieste di pubblicazione; e poi, il primo ingranaggio che salta, che si guasta, il primo errore di processo, Joey Burns dei Calexico che in “My Town” interpreta uno stralcio di Dark Laughter di Sherwood Anderson, mentre il gruppo in sottofondo pizzica nervosamente corde, fa scivolare slide e seghe, accarezza cinematograficamente rullanti. Se l’America è più quel che non si vede (o che si fa finta di non vedere) rispetto a quanto realmente esce allo scoperto, “Pian Della Tortilla” ne è simbolo manifesto, uno spigliato andante chitarristico à la Ribot che inciampa – quasi casualmente! – su un dispettoso 5/4 inserito di sguincio. Non sempre, a palesarsi, è infatti la star&spangled caciarona e ruspante di “My Banjo Dog” (una cavalcata per banjo e tizzoni hard rock distopicamente proiettata all’età della drum machine): c’è, anzi, molta inquietudine, un’oscurità melmosa e tattile, lo smarrimento Set Fire To Flames di “Station”, il Pavese acquatico e disincantato in “Cacti”, l’arrogante blackness (che fa rima con loudness) dei fiati di “Black Boy”, il fatale e consunto carillon di “El Toro” incornato da una potente chitarra surf.

Negli interstizi e nei raccordi, a guisa di motel di provincia e strade perdute, si consuma il senso di un viaggio monumentale per concetto ancor prima che per realizzazione, un sogno ad occhi aperti che minaccia di diventare babau. È una dimensione irreale, lo spazio immaginario di una terra che non esiste (non, almeno, nelle proporzioni e nei termini da sempre agognati) e che si esplica nella celesta da library di “Better Than The Radio” inquinata dal theremin del fidato sodale Vincenzo Vasi e da un brusco accartocciarsi strumentale; nella prima parte di “But Children Own The Stars”, funebre ed ovattata, ripresa appena oltre in una struggente, minimale melodia pianistica; nel romantico fingerpicking di “The Fat Of The Land” indurito nella secchezza desertica di “Flem’s Circus” e smembrato sulla scia dell’harmonium lamentoso di “The Hollow Answer Of The Night”, o della non consequenzialità panoramica di “The Hushed Universe” (quale miglior chiosa al magnifico The Tiger di William Saroyan?).

Americana” è, in fondo, una chimera, una ciclopica fata morgana, il taglio sulla tela dipinto con colori inesistenti. Se, con il primo omonimo disco (2009), i Guano Padano avevano pensato difficile il difficile, e col successivo “2” (2012) difficile il facile, arrivare al ribaltamento sintetico dei rapporti per la terza tappa viene spontaneo ed agevole. Un'uscita veramente importante.

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Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

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fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 12:46 del 28 dicembre 2014 ha scritto:

Discone. Giocano sullo stesso terreno dei Ronin e vincono senza possibilità di appello. Poi per quelli che - come me - rimpiangono i primi Calexico questo disco è oro.

Marco_Biasio, autore, alle 14:30 del 28 dicembre 2014 ha scritto:

Sì, d'accordissimo, Fabio. Mi fa piacere che tu l'abbia ascoltato e che ti sia piaciuto, pensavo anche e soprattutto a te quando ne ho scritto. Mi trovi d'accordo anche sui Ronin: l'ultimo disco è bello, ma molto meno compatto di Fenice, che rimane per me il loro migliore. Mi ha stupito, piuttosto, non trovare né questo né quello nella tua classifica...

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 14:34 del 28 dicembre 2014 ha scritto:

Questo non lo avevo ancora ascoltato, ahimè. Quello è arrivato undicesimo

Franz Bungaro (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:33 del 29 dicembre 2014 ha scritto:

piaciuto tanto anche a me! era in ballottaggio fino alla fine per il decimo posto!