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R Recensione

6,5/10

Vanessa Peters

The Burden Of Unshakeable Proof

L’eccellente stato di forma di Vanessa Peters, reduce da un “The Burn The Truth The Lies” (2012) un po’ interlocutorio, si era respirato già in “With The Sentimentals” (2015), bislacca collaborazione a quattro mani con l’omonima band danese, che aveva prodotto ad un tempo brani nuovi e rivisitato alcuni dei migliori fra i cavalli di battaglia della bionda texana. Oggi, con “The Burden Of Unshakeable Proof”, quinto disco solista uscito lo scorso marzo (senza tenere conto dei tre realizzati con i fiorentini Ice-Cream On Mondays come backing band), si ritorna ai fasti di “Little Films”, disco-concept chiave della produzione di Vanessa e raccolta dei suoi pezzi più riusciti. Le coordinate di base, naturalmente, non mutano: folk femminile ingentilito, americana ruspante, country-pop da highway, toni raccolti. A migliorare, e di molto, è però la qualità delle canzoni, legate da una riflessione comune sul deteriorarsi dei rapporti umani e impreziosite da dettagli finora inediti.

La preferita di chi scrive è “206 Bones”, un pezzo notturno – ispirato, a detta dell’autrice, dalla lettura del bestseller A Constellation of Vital Phenomena, di Anthony Marra – che dimostra come Vanessa continui a seguire, e ad amare, la sua musa ispiratrice Lucinda Williams (è probabile che “The Ghosts Of Highway 20”, da queste parti, sia piaciuto, e molto). “Paralysis Bug” parte come un dimesso indie-folk da falò su quattro accordi, ma le sovraincisioni di chitarra che costruisce intorno alle linee vocali il marito Rip Rowan (produttore del disco negli studi casalinghi Electrofonic) ricordano, da vicino, le atmosfere alienanti dei Radiohead di “Airbag”. Ancora, se “Let’s Do This” è uno sbarazzino inciso di americana vicino alle produzioni del passato (torna in mente soprattutto certa rusticità di “Sweetheart, Keep Your Chin Up”) e “Change Your Disguise” la potenziale hit del lotto, “Cage” recupera ed ammorbidisce i classicissimi Decemberists di “The King Is Dead”, accompagnandosi ad un discreto contrappunto di archi sintetici.

L’impressione che si ricava, ascoltando in fila la doppietta “Mending Fences” (folk pop malinconico à la Aimee Mann) – “Maudlin Laundry” (un inusuale stomp saltabeccante in minore), è davvero quella di una persona solare a cui piace scrivere canzoni tristi. Una qualità, onestamente parlando, non così comune: e un po’ dispiace che Vanessa non abbia mai guadagnato una reale popolarità al di fuori del proprio cerchio di appassionati. Un gioiellino come la finale “Atmosphere” – con un crescere di rumori di fondo che porta quasi a sussurrare l’etichetta post rock – è destinata a rimanere patrimonio di pochi. Ma quei pochi, almeno loro, si facciano avanti senza paura.

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