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R Recensione

7/10

Reflue

Jazz 4 Indies

I Reflue nascono alla fine del Novecento. Nel 2002 pubblicano “Slo-Mo” salendo poi sul palco dell’Estragon Club di Bologna; nel 2005 suonano persino all’Heineken Jammin’ Festival; nel 2006 pubblicano il secondo LP, “A collective dream”; dopodiché il silenzio. Fino al 2013, quando arriva “Jazz 4 indies”, un nuovo capitolo di questo quartetto parmigiano che affonda le sue radici nel post-rock degli anni Novanta, nella psichedelia britannica degli anni Settanta e nel Pat Metheny di sempre. La band è composta da Federico Del Santo (voce e chitarre), Carlo Martinelli (chitarre e cori), Michele Della Malva (basso e contrabbasso) e Gianluigi Bianchi (batteria).

Il sound dei Reflue mi ha fatto subito pensare all’orchestrion di Pat Metheny, quel macchinario che può riprodurre meccanicamente l’esecuzione di un’intera orchestra. Lì ogni strumento entra in gioco al momento giusto, tutto è studiato ed ordinato secondo rigorosa partitura, ogni elemento compositivo si sovrappone senza scalciare. Ciò di cui difetta l’orchestrion è proprio il tocco umano, ben presente invece in “Jazz 4 indies”, un disco lontano anni luce dalla musica italiana convenzionale, persino dal suo jazz, comunque molto apprezzato.

I Reflue riescono ad esser fiammeggianti (“Ten days of evil thoughts”), addirittura esplosivi (“What clues have you found?”), per poi scoprirsi dolci e mansueti (“Cruising attitude” e “So what”); sanno inoltre comporre qualcosa di inestricabile ed intelligibile (“Do you remember”) che nessuna macchina potrebbe riprodurre tanto fedelmente, ma sanno soprattutto esser belli e accattivanti in quello che è da considerarsi il miglior pezzo del disco, “Mr. darling’s last act”. In “Jazz 4 indies” vi sono diverse rimembranze, tutte in qualche modo collegabili alla matrice blues: un certo utilizzo del country in “Bob the frog”, una trama compositiva alla R.E.M. in “Universal you”, il grigio post-rock dei Mars Volta in “Old hat”, infine la placidità di un Mark Kozelek in “Visiting houses”.

L’estraneità di questo disco con l’humus nazionale rende inservibile ogni definizione. Il terzo lavoro dei Reflue non merita di esser letto tramite una stolida recensione, ma di essere ascoltato, apprezzato e recepito per quello che veramente è: la calorosa espressione musicale dello studio che sposa il talento.

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Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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Irwin73 (ha votato 5 questo disco) alle 1:02 del 3 aprile ha scritto:

Purtroppo dopo A Collective Dream la band ha perso smalto e personalità. Non si capisce in che direzione stiano andando. Meglio cambiare nome. I primi due lavori comunque restano gioielli dnascosti del nostro patrimonio underground pop-rock!