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7,5/10

Ten Years After

Ten Years After

Ten years before, nel 1956, Elvis Presley esordiva con il suo album omonimo: per questo, nel 1966, Alvin Lee decise di cambiare il nome del suo precedente gruppo. Con i Jaybirds il quartetto -appassionato di rhythm and blues e rock’n’roll- aveva percorso i primi anni Sessanta secondo uno schema consueto: dallo Star Club di Amburgo (come i Beatles) alla Londra in fermento della psichedelia, degli hippie, del Marquee, dove la band divenne uno dei nomi ricorrenti del 1967, arrivando addirittura ad aprire l’esibizione della Jimi Hendrix Experience tenutasi l’11 novembre. Bazzicando tra un Jazz Festival e i locali dell’UFO Club, i Ten Years After rappresentavano, nel 1967, una sorta di archetipo delle componenti base della musica sessantiana, per un sound che univa blues, sfumature psichedeliche, stacchi jazz, virtuosismo chitarristico.

L’esordio del 1967, prodotto da Mike Vernon e Gus Dudgeon per la Deram, è una sorta di “Disraeli Gears” più posato e, pur non avendo nulla di paragonabile -intellettualmente- con le grandi sperimentazioni e innovazioni dell’epoca, rimane una prova impeccabile, capace di rivelarsi ancora oggi frizzante, fresca, scattante, scritta e interpretata benissimo.

L’introduzione di “I Want To Know”, un blues frenetico arricchito da vivaci trame di organetto r’n’b e da un piano honky tonk, mette subito in mostra il carattere portante della chitarra di Alvin Lee, che incalza e agghinda il brano con vivaci e veloci assoli, prima della successiva “I Can't Keep from Crying, Sometimes” (scritta da Al Kooper), il cui titolo già preannuncia una svolta di mood rispetto all’opening. La trama del basso si intreccia con la chitarra che ricama lenti e suadenti fraseggi, mentre l’organetto, sullo sfondo, segue il motivo melodico addensando l’atmosfera, il tutto sul tappeto frusciante dei piatti di Ric Lee, fino alla bellissima sezione centrale, dominata dal solo a singhiozzo di Lee, con quell’organetto a ricamare in contrappunto, aiutando la sei corde a dilatare l’atmosfera sul finale, in un addensarsi ipnotico e psichedelico.

Dopo “Adventures of a Young Organ”, brioso intermezzo jazzy alla Piero Umiliani, si torna alle atmosfere madide di “Spoonful”, standard di Willie Dixon, che vanta un dialogo mozzafiato tra la chitarra dolente di Lee e le intelaiature ritmiche elegantemente jazzate e al contempo assertive e strutturanti di Ric. Il brano, un incessante turbinare magnetico, sembra voler proporre una versione terrena -non intellettualistica- di psichedelia, rimanendo ancorato alla ripetitività e al trasporto blues, più che ai voli pindarici dei colleghi che allora infiammavano l’underground londinese (rimane il fatto che pagherei oro per sentire questo pezzo live all’UFO).

Dopo una prima metà album consacrata all’interpretazione di brani altrui, seguono quattro composizioni originali: il frenetico e fumoso rock’n’roll alla Rolling Stones di “Losing the Dogs” contraddistinto dall’irresistibile boogie pianistico di Chick Churchill, l’energico e guizzante blues elettrico di “Feel It for Me” (impreziosito dal solo acido di Alvin), il gioiellino “Love Until I Die” e la vivace perla acustica di Don't Want You Woman”. A chiudere l’album l’interpretazione colma di pathos della lunga “Help Me”, scritta originariamente da Sonny Boy Williamson, tramutata per l’occasione in una jam heavy-blues non troppo dissimile da quanto avrebbero fatto i Led Zeppelin nel giro di pochi mesi.

Celebri per l’esibizione a Woodstock del 1969, i Ten Years After vanno però ricordati anche per questo ottimo album che resta un gioiellino in puro stile anni Sessanta. Da riscoprire.

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Cas 7,5/10
REBBY 7/10

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Arnold Layne (ha votato 7 questo disco) alle 0:19 del 15 aprile 2007 ha scritto:

Uhm

Buon disco.

Una precisazione: Surrealistic Pillows è del 1967

Cas, autore, (ha votato 7,5 questo disco) alle 20:45 del 2 novembre 2007 ha scritto:

risposta tardiva

si è vero, ma le canzoni sono state registrate nel '66, così mi sono abituato a considerare l'album stesso del 1966...

PetoMan 2.0 evolution alle 16:03 del 25 agosto 2011 ha scritto:

Voglio la es 335 di Alvin Lee!!!

Questo disco mi manca, vedrò di procurarmelo, ho i due successvi Undead e Stonedhenge, che dire... Alvin Lee aveva lo swing nelle vene e col suo fraseggio veloce, frenetico, istintivo, riusciva a combinare rock, blues e jazz in maniera unica, grandissimo lui e tutta la band. Dal vivo fenomenali

REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 16:40 del 25 agosto 2011 ha scritto:

"Dal vivo fenomenali"

La loro esibizione due anni dopo a Woodstock è leggendaria. La versione che diedero di I'm going home (precedentemente contenuta in Undead, sempre dal vivo) rimarrà immortale.

PetoMan 2.0 evolution alle 17:12 del 25 agosto 2011 ha scritto:

La loro esibizione due anni dopo a Woodstock è leggendaria.

l'hai detto rebby, l'hai detto. Tra l'altro è stato proprio un post di Cas nel forum a farmeli rispolverare, dopo che per un po' li avevo colpevolemente messi da parte. Quindi doppio grazie a Cas, per la rece e per il post

Cas, autore, (ha votato 7,5 questo disco) alle 17:25 del 25 agosto 2011 ha scritto:

RE: grazie a Cas, per la rece

ihih, ma figurati, grazie a te! tra l'altro questa è stata la mia prima recensione qui su Storia, qualcosa come 4 anni fa, o anche di più... come passa il tempo

Alfredo Cota alle 13:29 del 27 novembre 2011 ha scritto:

Che gruppo i Ten Years After!

Utente non più registrato alle 21:30 del 5 marzo 2012 ha scritto:

Tremendi, nel senso buono, ovviamente.

PetoMan 2.0 evolution alle 21:32 del 10 marzo 2013 ha scritto:

Qualche giorno fa il grande Alvin è passato a miglior vita. r.i.p.

galassiagon (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:28 del 2 settembre 2014 ha scritto:

fino a Stonedhenge gran bei dischi di british blues, con momenti di grande creatività e classe pura

mai piaciuto Alvin Lee come chitarrista: veloce si, ma dal fraseggio per me poco efficace e un tantino pasticciato

Cas, autore, (ha votato 7,5 questo disco) alle 22:11 del 6 agosto 2017 ha scritto:

Recensione rimaneggiata a dovere, dopo dieci anni dalla stesura originale.

Giorgio_Gennari (ha votato 5 questo disco) alle 8:09 del 31 agosto ha scritto:

Disco dimenticabile, di una band dimenticabile.

Giuseppe Ienopoli alle 7:53 del primo settembre ha scritto:

" I Ten Years After appartengono alla stagione d'oro del blues-rock inglese. Il gruppo si chiamava originariamente Jaybirds e nel 1961 sbarcavano il lunario ad Hamburg, come avevano fatto l'anno prima i Beatles. Quando esordirono, suonavano ancora lo stile lento e fumoso del blues di Chicago, condito da ritmi jazz. Al centro dell'attenzione era il chitarrista prodigio Alvin Lee, uno degli eroi strumentali di quell'anno, forse piu` veloce dello stesso Hendrix. Anche l'organista Chuck Churchill era superiore alla media, e gli arrangiamenti jazz di Leo Lyons avevano pochi eguali. Ten Years After (Decca, 1967) rimane il loro album piu` puro, ma il gruppo trovo` il successo con il live Undead (Decca, 196, forte della prima versione di Going Home.

Stonedhenge (Decca, 1969), forte di un ritmo piu` sbrigliato e di brani come Hear Me Calling, stentoreo e ipnotico, e di una jam fluida e sinistra come No Title, in cui si alternano ciclicamente gli assoli dei vari membri (canto voodoo, chitarra distorta, organo lugubre, batteria jazz, e di nuovo la tetra nenia iniziale), e` forse il loro capolavoro.

A Woodstock Going Home divenne un'epilessi scalmanata di nove minuti sfregiata dalla maschia e fantasiosa pirotecnica, chitarristica e vocale, di Lee, che di fatto si esibi` in uno dei piu` grandi boogie del Dopoguerra, resero celebre la formazione.

Ssssh (Decca, 1969) e Cricklewood Green (Decca, 1970), contenente il loro unico hit, Love Like A Man, virarono verso l'hard-rock, che era la grande novita` di quegli anni e meglio si adattava allo stile di Lee.

A Space In Time (Columbia, 1971) Rock And Roll Music In The World (Columbia, 1972) e Positive Vibrations (Columbia, 1974) sono album molto piu` commerciali, che indeboliscono la fibra del loro blues-rock alla ricerca del successo di classifica.

Greatest Hits (Deram, 1977) contiene la leggendaria versione estesa di Going Home. "

(n.d.r. --- Il Sommo Scaruffi from The History of Rock ... per gli amici solo Piero, che, per il quieto vivere di Gennari, speriamo non legga questa libertà poetica della "band dimenticabile").

Giorgio_Gennari (ha votato 5 questo disco) alle 8:20 del primo settembre ha scritto:

... dimentichi però di aggiungere come secondo Egli nessuno dei loro album raggiunga il 7, e anzi secondo me oltre al primo che per lui sarebbe, immagino, un 6, gli altri sarebbero tutti insufficienti. Non esattamente un parere lusinghiero dunque. Pensa che preferisco di molto persino i Beatles a loro, quindi figurati...

Giuseppe Ienopoli alle 13:19 del primo settembre ha scritto:

Quando c'è di mezzo Scary e company, "figurarsi" è il minimo ... lol minuscolo.

Tutti i detrattori del Sommo (... e siamo di gran lunga più numerosi degli estimatori!) sappiamo per certo che Egli stabilisce i Suoi voti servendosi del lancio di un solo dado a sei facce associato ad un personale algoritmo ... aggiungi o figurati che di conseguenza quasi sempre il dichiarato argomentativo non ha rispondenza con il valutato numerico.

Al posto dell'algoritmo, ti allego una Sua confessione tratta forever dalla molto indimenticabile History:

"Innumerevoli lettori mi chiedono quali sono i "criteri" che seguo per giungere alle mie valutazioni sui musicisti, album, e opere d'arte in genere.

Non ne ho idea.

Di fatto, non ho mai pensato di "giudicare" qualcosa, finche' non ho avuto dei lettori.

Le mie note, i miei libri, ed ora, il mio sito web, sono nati semplicemente come estensione per la mia memoria.

Ho sempre preso delle note, fin da bambino, probabilmente in conseguenza della mia patetica memoria.

Queste note non sono mai state pensate come "giudizi", ma semplicemente come promemoria di quello che pensavo e sentivo.

Molte delle mie note sono correlate, implicitamente o esplicitamente, ad altre note.

Adesso che ho dei lettori, cerco di rendere espliciti tutti i riferimenti.

Credo non sia possibile capire appieno il mio pensiero se non si leggono "tutte" le mie note.

Il significato di una nota e' nella sua relazione con tutte le altre.

Una sentenza isolata non ha alcun significato.

Inoltre, mi considero uno storico, non un critico."

Beata innocenza!!

P.S.

... quando Scary ha qualche raro momento di sincerità lo preferisco senza dubbio ai Beatles 1962/66 ... e persino ai Pere Ubu.

... ...

FrancescoB alle 17:17 del primo settembre ha scritto:

Scary ha istantaneamente scalato la graduatoria dei miei vezzeggiativi preferiti all time. Sul podio, in ogni caso, continuano a FIGURARE al secondo posto Gennarino e al terzo Iena (che è "vezzeggiativo assoluto", Iena vezzeggia per natura). Io sono invece purtroppo sceso dal podio da quando ho abdicato al fantasticherrimo nome di JULIAN, FranceschinoB non è un granché.

Giuseppe Ienopoli alle 0:09 del 2 settembre ha scritto:

... effettivamente FranceschinoB è improponibile ... mumble_mumble ... magari potresti "forzarlo" in FrancecchinoB per significare che a volte non centri perfettamente il bersaglio recensivo come farebbe appunto un cecchino di fascia B, ma poi in fondo non è proprio il tuo caso ... generalmente spari a distanza ravvicinata.

Non ti resta che "lavorare" sul cognome come del resto è stato per Scary, Gennarino e Iena ... con Buffoli hai della buona "argilla" da manipolare ... con Buffolino non si va da nessuna parte, meglio forse Buffolo_Bill così potresti sparare con la tecnica Fanning più adatta alla recensione jazz ... Buffolo_Bill un po' realtà e un po' fantasia come suggerisce Carlo Lucarelli ... pensaci, potresti avere molto in comune con William Frederick Cody.

FrancescoB alle 8:25 del 2 settembre ha scritto:

Ci penserò, Buffolo_Bill mi pare ottima soluzione, nel caso potrei insidiare il tuo posto sul podio e tornare là dove mi compete, senza rancore naturalmente

Giuseppe Ienopoli alle 21:57 del 3 settembre ha scritto:

Pronto a sloggiare senza remore e senza rancore ... chiedo a giusta ragione di passare al secondo posto di "Gennarino" che non mi sembra un vezzeggiativo di grande originalità e poi lo hai detto tu che Iena è il "vezzeggiativo assoluto" ... quindi aggiorniamo il podio e salutiamo il provvisorio esordio al terzo posto di Buffolo_Bill o di chi ne farà le veci ...