The Black Keys
Attack & Release
C’è un pilastro che tiene in piedi la storia musicale del ventesimo secolo: il blues. Probabilmente la forza cultural-stilistica più importante dai tempi del romanticismo. Si può dire infatti che da essa discenda praticamente tutta la musica popolare contemporanea, dal primo jazz al rock’n’roll, all’hard-rock e via di seguito. In questo lungo percorso che vede allacciare maestri come Robert Johnson, B.B. King, Eric Clapton e Jimmy Page si arriva alle soglie di un nuovo secolo. E ci si chiede se abbia ancora senso fare blues. I Black Keys, tra gli ultimi grandi interpreti della tradizione blues-rock, non sembrano avere dubbi in proposito.
La carriera del duo di Akron (Ohio, alias Usa), ossia del chitarrista Dan Auerbach e del batterista Patrick Carney è un fulgido esempio di quanto possa ancora emozionare il blues in una versione aggiornata ai tempi moderni. Aggiornata neanche poi troppo, in fondo, visto che dischi come The big come up e Rubber factory si sarebbero benissimo potuto ascoltare nel 1967 o giù di lì, durante quella bambagia garage-rock che sembrava essersi impossessata dell’America. Eppure nonostante un suono dal sapore antico i Black Keys sembrano molto più moderni di quanto non vogliano apparire, e viene da chiedersi come sia possibile questa contraddizione? Probabilmente ciò dipende dal fatto che una buona fetta di rock è rimasta ancorata ad un suono e a uno stile che ha fatto il suo tempo già da decadi, senza però che sia uscito dai cuori di molti appassionati. Ecco perchè in mezzo alla baraonda di revival e rétro che caratterizza anche buona parte di questo decennio merita un posto di prestigio chi riesce a suonare con il cuore più che con la testa, chi riesce a creare emozioni anche senza essere innovativo, chi riesce semplicemente a suonare con classe, garbo e un pizzico di cattiveria.
Queste doti i Black Keys ce le hanno tutte e non sorprende allora la loro consacrazione da parte della critica omaggiante quel capolavoro che fu Thickfreakness (2003), sequela micidiale di riff e assoli primordiali. I successivi Rubber factory (2004) e Magic Potion (2006) rallentavano un pò il ritmo ma continuavano a scalciare violentemente sotto il tavolo con il loro sound appositamente sporco e low-fi. Attack & release, quinto lp del gruppo, rappresenta già una notevole novità per il semplice fatto di essere il primo disco non autoprodotto. A curarlo è stato infatti chiamato Brian Burton, più famoso come Danger Mouse, definito da Mark Linkous (Sparklehorse) come il “Jimi Hendrix del lap top".
Il risultato è che le spigolosità si arrotondano e la scorza ruvida si ammorbidisce, senza però cambiare l’essenza musicale che è e resta un garage-rock intinto di blues e tradizione musicale americana. Insomma Danger Mouse ci butta lì un organo, un banjo, qualche synth, qualche coro, ma la sostanza è sempre la stessa. E pazienza se in Same old thing sembra di sentire un flauto alla Jethro Tull quanto meno inaspettato. In fondo non è questo il problema. Il problema è che mancano spesso le canzoni. O perlomeno spesso ci si ritrova di fronte a brani mediocri, senza nerbo, tenuti in piedi solo dalla gran classe di Auerbach. È il caso del country-blues di All you ever wanted, del soul-rock di So he won’t break, del garage low-fi di Oceans & streams e del soul-blues di Remember when (side A), appiattito da un’effettistica eccessivamente onirica. Tra gli episodi “lenti” molto meglio pezzi come Psychotic girl, Lies e soprattutto Things ain’t like they used to be, splendida ballatona strappalacrime (in duetto con l'artista bluesgrass Jessica Lea Mayfield) dal sapore desertico e sognante in bilico tra Neil Young e Kansas.
Per fortuna non mancano canzoni più sferzanti in cui è la chitarra a tornare in primo piano a riequilibrare il ritmo: i riff essenziali e micidiali di I got mine e Same old thing fanno pensare a vecchi e nuovi maestri come Jimmy Page e Jack White. Remember when (side A) è lo spunto garage-rock più tirato del lotto mentre Strange times è un blues-rock talmente spinto da suonare quasi stoner.
In sostanza Attack & release non è un capolavoro, non è mediocre, sfrutta momenti estasianti ma talvolta si perde un pò. Però un blues suonato con tanta maestria non si sentiva davvero da tanto tempo.
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