The Rolling Stones
Exile on Main Street.
I rolling stones non hanno certo bisogno di presentazioni. Da molti ritenuti il più grande gruppo rock di sempre hanno saputo realizzare, soprattutto nei primi dieci anni di attività, degli autentici capolavori nel contesto del rock – blues tradizionale.
Exile on main street. (1972) risulta essere uno dei loro album migliori anzi, per alcuni decisamente il migliore.
Difficile a dirsi visto che gli anni appena precedenti hanno visto la pubblicazione, nell’ordine, di beggars banquet (1968), let it bleed (1969) e sticky fingers (1971), bellissimi esempi di rock – blues rozzo e sporco ma in fondo contemporaneamente caratterizzato da una componente di raffinatezza, nobiltà e maestosità sonora quale tratto distintivo della musicalità degli Stones (tratto quest’ultimo presente in un altro grande complesso che però nulla ha a che vedere con il rock – blues, i Velvet Underground).
Venendo al dunque, exile on main st. è un album che porta il gruppo ad assumere un approccio musicale più rude e schietto rispetto a qualsiasi altro loro lavoro precedente così come ai lavori che verranno.
Il disco, uscito originariamente come doppio album, racchiude in se una grandissima varietà di stili e generi, rock n’ roll, blues, certo, ma anche country e gospel.
Un insieme di generi riletti in uno stile ruvido, sguaiato, tribale e demoniaco. Va precisato che, l’opera in questione, non presenta canzoni strettamente tipiche da singolo così come comparivano, (si precisa di qualità, anzi, i capolavori iniziali degli Stones uscirono proprio come singoli) nei dischi precedenti.
Questo è un album da ascoltare nella sua totalità, nel suo insieme. Rip this joint, casino boogie, ventilator blues sono ottimi esempi di rock n’ roll - rock – blues tradizionale e dimostrano ampiamente come i Rolling Stones abbiano perfettamente assimilato tutti i generi della musica nera.
Turd on the run, happy (cantata da keith Richards), rocks off costituiscono momenti scalmanati ma l’intero disco è un viaggio attraverso le strade più polverose e fangose del sud rurale degli Stati Uniti.
I momenti più squisitamente country si trovano in sweet virginia, torn and frayed, canzoni su base acustica accompagnate da strumenti elettrici ma che non perdono il loro sapore di pioggia e whiskey.
Il sound è, nonostante l’evidente presenza di strumenti a fiato, scarno, chiassoso ed essenziale. Le chitarre si intrecciano tra loro in maniera impeccabile e, fondendosi con il resto degli strumenti, formano un pastiche sonoro country - blues di assoluta godibilità.
E, a proposito di country – rock, è possibile azzardare come in alcune canzoni che compongono l’album aleggia lo spettro di Gram Parson, grande amico di Keith Richards che ha senz’altro influenzato il modo di suonare di quest’ultimo.
shake your hipsstop breaking down di (ancora dopo love in vain), Robert Johnson.
Entrambe queste rivisitazioni risultano essere convincenti e richiamano,così come il resto dell’album,tutto quella lussuria demoniaca che poi è propria del gruppo.
In questo contesto non possiamo quindi non citare I just want to see his face, orgiastica e dall’andamento tribale.
Degna di menzione è inoltre shine a light, complessivamente buona nonostante gli Stones, nel contesto delle ballad, abbiano certamente fatto di meglio.
Il disco rivisita quindi, in maniera genuina e qualitativamente alta una pluralità di generi riconducibili alla musica nera e, in questo, risulta essere senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori di rock – blues dell’intera storia del rock.
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