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R Recensione

9/10

The Rolling Stones

Exile on Main Street

I Rolling Stones non hanno certo bisogno di presentazioni. Da molti ritenuti il più grande gruppo rock di sempre hanno saputo realizzare, soprattutto nei primi dieci anni di attività, degli autentici capolavori nel contesto del rock – blues tradizionale.

Exile on Main Street. (1972) risulta essere uno dei loro album migliori anzi, per alcuni decisamente il migliore.

Difficile a dirsi visto che gli anni appena precedenti hanno visto la pubblicazione, nell’ordine, di Beggars Banquet (1968), Let It Bleed (1969) e Sticky Fingers (1971), bellissimi esempi di rock – blues rozzo e sporco ma in fondo contemporaneamente caratterizzato da una componente di raffinatezza, nobiltà e maestosità sonora quale tratto distintivo della musicalità degli Stones (tratto quest’ultimo presente in un altro grande complesso che però nulla ha a che vedere con il rock – blues, i Velvet Underground).

Venendo al dunque, Exile on Main St. è un album che porta il gruppo ad assumere un approccio musicale più rude e schietto rispetto a qualsiasi altro loro lavoro precedente così come ai lavori che verranno.

Il disco, uscito originariamente come doppio album, racchiude in se una grandissima varietà di stili e generi, rock n’ roll, blues, certo, ma anche country e gospel.

Un insieme di generi riletti in uno stile ruvido, sguaiato, tribale e demoniaco. Va precisato che, l’opera in questione, non presenta canzoni strettamente tipiche da singolo così come comparivano, (si precisa di qualità, anzi, i capolavori iniziali degli Stones uscirono proprio come singoli) nei dischi precedenti.

Questo è un album da ascoltare nella sua totalità, nel suo insieme. Rip this joint, casino boogie, ventilator blues sono ottimi esempi di rock n’ roll - rock – blues tradizionale e dimostrano ampiamente come i Rolling Stones abbiano perfettamente assimilato tutti i generi della musica nera.

Turd on the run, happy (cantata da keith Richards), rocks off costituiscono momenti scalmanati ma l’intero disco è un viaggio attraverso le strade più polverose e fangose del sud rurale degli Stati Uniti.

I momenti più squisitamente country si trovano in sweet virginia, torn and frayed, canzoni su base acustica accompagnate da strumenti elettrici ma che non perdono il loro sapore di pioggia e whiskey.

Il sound è, nonostante l’evidente presenza di strumenti a fiato, scarno, chiassoso ed essenziale. Le chitarre si intrecciano tra loro in maniera impeccabile e, fondendosi con il resto degli strumenti, formano un pastiche sonoro country - blues di assoluta godibilità.

E, a proposito di country – rock, è possibile azzardare come in alcune canzoni che compongono l’album aleggia lo spettro di Gram Parson, grande amico di Keith Richards che ha senz’altro influenzato il modo di suonare di quest’ultimo.

shake your hips, stop breaking down di (ancora dopo love in vain), Robert Johnson.

Entrambe queste rivisitazioni risultano essere convincenti e richiamano,così come il resto dell’album,tutto quella lussuria demoniaca che poi è propria del gruppo.

In questo contesto non possiamo quindi non citare I just want to see his face, orgiastica e dall’andamento tribale.

Degna di menzione è inoltre shine a light, complessivamente buona nonostante gli Stones, nel contesto delle ballad, abbiano certamente fatto di meglio.

Il disco rivisita quindi, in maniera genuina e qualitativamente alta una pluralità di generi riconducibili alla musica nera e, in questo, risulta essere senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori di rock – blues dell’intera storia del rock.

V Voti

Voto degli utenti: 9,1/10 in media su 37 voti.

C Commenti

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gigolohunt alle 11:04 del 31 dicembre 2008 ha scritto:

Divine! prince samuel divine!

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 11:48 del 5 gennaio 2009 ha scritto:

Parlare di Gram Parsons non è certo un azzardo, anzi. A parte l'amicizia con Keith e la celebre "Wild horses", ispirata notoriamente dall'ex biyrds e Flying Burrito, Gram era tra i tanti che bivaccano nella villa in costa azzurra dove fu registrato "Exile", e in certe sbornie country si sente benissimo.

simone coacci (ha votato 10 questo disco) alle 12:59 del 5 gennaio 2009 ha scritto:

RE:

Beh indubbiamente. Diciamo che si sono influenzati a vicenda. Anche Parsons, dal cowboy hippie che era alla fine degli anni '60, è diventato molto più outlaw dopo aver fatto lega con la teppa di Richards e soci.

E se questo da un lato fu un bene (l'ultimo album, una sorta di decameron tossico incentrato sul selvaggio west urbano di L.A., è forse il migliore della sua carriera) dall'altro rappresentò la sua nemesi (chiunque s'accostava agli Stones, di quei tempi, finiva male, in un modo o nell'altro, tentando di restare al passo col loro stile di vita). Il disco è l'ultimo capolavoro degli Stones, l'atto finale della loro tetralogia più roots (massima espressione della loro teoria rock-country-blues) "Beggar's", "Let It Bleed", "Sticky". Per alcuni il migliore.

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 13:44 del 5 gennaio 2009 ha scritto:

This old town is filled with sin....

L'influenza e la stima erano certamente reciproche.Gram vedeva in Keith quasi un fratello maggiore, mentre Richards qualche anno fa dichiarò: "Avevo appena composto The worst ( pezzo che sta su " Voodoo lounge", ndr) e subito dopo pensai: non è possibile, ho ancora una volta copiato Gram". Purtroppo solo Richards ha fatto il patto col diavolo e gode tuttora di ottima salute nonostante tutto quanto si è sparato in vena, mentre a Gram bastò un banalissimo errore nel dosaggio per lasciare questa valle di lacrime. Molto bella la tua definizione di "Decameron tossico" per l'ultimo Parsons, però va detto che certe tematiche il "grievous angel" le aveva affrontate anche ai tempi dei Flying Burrito Brothers: le grandi metropoli del vizio ("Sin City"), i simulacri tossici, la vita pericolosa ("We are not afraid to die"), il Vietnam, il malessere di vivere ("Juanita"), il tutto da un gruppo che in teoria suonava il genere più retrivo e conservatore possibile, non a caso solo una mente sveglia come Richards e pochi altri misero Parsons da subito nella giusta prospettiva....su "exile on main street" ti quoto in pieno, album semplicemente stellare, tra questo e "sticky fingers" non saprei proprio quale scegliere. Lunga vita alle pietre!

SamJack, autore, alle 14:18 del 5 gennaio 2009 ha scritto:

...come già scritto, difficile dire quale, partendo da beggar's banquet per approdare ad exile on main st. sia il lavoro migliore degli Stones. Personalmente considero quest'ultimo il più completo, esaustivo ed omogeneo, senza tralasciare, ovviamente, la qualità. Per quanto riguarda Gram Parson, penso che gli album a suo nome siano splendidi e assolutamente dei classici. Penso però anche che la sua maggiore qualità l'abbia raggiunta nel contesto relativo i Flying Burrito Brothers.

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 14:44 del 5 gennaio 2009 ha scritto:

"Exile" forse a livello di canzoni non è il migliore degli Stones, ma per il suono è quello che amo di più. Si sente l'essenza stradaiola, rozza e putrida delle pietre.

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 14:54 del 5 gennaio 2009 ha scritto:

Interessanti ed amabili come sempre le vostre riflessioni...

ma continuo a preferirgli (sotto tutti i punti di vista) il "grezzo" e diretto hard-rock di "Sticky Fingers". Ma veramente di un soffio...

SamJack, autore, alle 18:21 del 5 gennaio 2009 ha scritto:

si, anche sticky fingers è un ottimo album, canzoni veramente ottime, brown sugar, bitch, ma anche sway, wild horses, un classico assoluto anch'esso del rock - blues..penso che, come sempre, le preferenze siano ovviamente soggettive....ciò che mi colpisce di exile on main st. è la pluralità e la varietà di generi che affronta risultando comunque, alla fine, un lavoro omogeneo...sicuramente il lavoro più eclettico degli Stones..

Paranoidguitar (ha votato 8 questo disco) alle 15:10 del 8 gennaio 2009 ha scritto:

l'ultimo grande album degli stones sigh sigh...molto bello, forse un filo dispersivo rispetto ai suoi illustri predecessori. il voto giusto secondo me è 4,25 stelle

ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 22:10 del 15 gennaio 2009 ha scritto:

Si fossero sciolti dopo quest'album, avrebbero una reputazione a prova di bomba.

bart (ha votato 6 questo disco) alle 1:01 del 8 aprile 2010 ha scritto:

A dire la verità lo ascoltato poco, e non lo trovo così eccezionale.

synth_charmer (ha votato 9 questo disco) alle 11:51 del 22 aprile 2010 ha scritto:

su quale sia il mio preferito degli stones cambio idea più o meno ogni due mesi, oscillando continuamente tra Beggars Banquet, Let It Bleed e questo. In questo periodo stravedo per il primo, ma questo rimane un lavoro fantastico e Ventilator Blues è indimenticabile. Coax, ma hai acquistato tutti i più grandi capolavori della musica in un unico pacchetto? ovunque c'è il tuo nome!

synth_charmer (ha votato 9 questo disco) alle 11:52 del 22 aprile 2010 ha scritto:

No, non so come ho creduto che il recensore fosse Coacci. Che brutti sintomi di senilità..

simone coacci (ha votato 10 questo disco) alle 12:21 del 22 aprile 2010 ha scritto:

RE:

Tranquillo, gerovital e un po' di viagra e passa la paura... Lo dice anche Mick Jagger nello spot: "E se va bene a me, buona vecchiaia a tutti!"

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 10 questo disco) alle 21:32 del 25 maggio 2010 ha scritto:

CAPOLAVORO

Bellissimo, il miglior disco dei Rolling Stones a mio avviso. Molto rock -blues, molto suonato, vitale, spontaneo, genuino. L'album più "americano" degli Stones.

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 10 questo disco) alle 19:28 del 3 giugno 2010 ha scritto:

Volevo aggiungere qualche altra cosa. Secondo me Shine a Light è bellissima, non ha niente da invidiare alle altre ballads degli stones, anzi, per certi versi è quella che preferisco, è veramente completa, con un paio di assoli di Taylor che mi fanno veinire il tipico brivido dietro la schiena. Brivido che mi viene anche appena parte l'arpeggio di Sweet Black Angel, pura poesia. E poi Rip This Joint, che da sola ha più carica di tutto il punk che verrà anni dopo. Da qualche mese è uscita una versione deluxe, con delle bonus tracks. Le ho ascoltate tutte, direi che 4 di queste sono molto buone, non avrebbero sfigurato nel disco originale e sono: Plundered My Soul, Following The River, Dancing In The Light (che mi ricorda vagamente the River Of Dreams di Billy Joel) e Good Time Woman.

folktronic (ha votato 10 questo disco) alle 16:37 del 15 novembre 2010 ha scritto:

nettamente il loro miglior disco e , secondo me, uno dei migliori di sempre.

dalvans (ha votato 10 questo disco) alle 14:24 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Bellissimo

Il quarto capolavoro dei Rolling Stones

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 6:59 del 15 gennaio 2012 ha scritto:

Assolutamente il capolavoro degli Stones. E, purtroppo, dopo di questo nulla di che fino ad oggi. Avrebbero dovuto sciogliersi dopo questa pietra miliare..

David (ha votato 10 questo disco) alle 16:32 del primo settembre 2012 ha scritto:

Che disco, se la gioca con Let It Bleed. 10 tutta la vita.

galassiagon (ha votato 9,5 questo disco) alle 18:46 del 19 settembre 2012 ha scritto:

Un album impressionante, una sequenza di canzoni (si perchè non c'è niente se non canzoni) bellissime, emozionanti, sporche, ma piene di passione, che scavano nella tradizone senza seppelirsi, ma anzi rigenerandosi solo per quell'istante escutivo. Per quanto mi riguarda se non è il migliore album degli Stones è invece uno dei più importanti e rappresentativi album del 900. E' una contraddizione ma per me è così. Non da meno di altri dischi sperimentali, questo lavoro è sperimentazione rock'n'roll e country-blues che arriva fino ai nostri giorni.

glenn dah alle 13:26 del 20 settembre 2012 ha scritto:

anche per me il meglio in assoluto degli stones. nessun singolo (tumbling dice, forse) ma tutte eccezionali

glenn dah alle 13:26 del 20 settembre 2012 ha scritto:

anche per me il meglio in assoluto degli stones. nessun singolo (tumbling dice, forse) ma tutte eccezionali

Armando Lino (ha votato 10 questo disco) alle 18:09 del 27 dicembre 2015 ha scritto:

Amo questo disco ma non ho apprezzato appieno la recensione. Credo che per un album di questo calibro si possa spendere qualche parola di più.

Concordo sul fatto che non ci siano singoli o brani che spiccano rispetto agli altri tuttavia credo che il brano che meglio rappresenta il disco sia il primo: Rocks off.

Fin dal momento in cui la puntina si abbassa a sfiorare il primo solco del disco parte una vera e propria esplosione di creatività, è come una grande festa in cui gli invitati, ossia gli strumenti, si susseguono per poi ritrovarsi davanti a un’orgia di fiati. Mentre la voce grezza di Mick continua a correre, con una cadenza regolare, fino a quando viene raggiunta da un sottofondo di cori che la impreziosisce, rendendola più gentile e al contempo più potente.

è così che ogni componente di ogni traccia di Exile è essenziale e crea insieme agli altri strumenti un delicato equilibrio in cui nulla può essere aggiunto o tolto.

Il suono del disco è nel complesso grezzo e poco curato ma allo stesso tempo si presenta caldo e naturale abbastanza da invogliare all’ ascolto. Devo ammettere però che per assimilare Exile è necessario ben più di un singolo ascolto. Il disco infatti è piuttosto lungo ed eterogeneo nonostante ci sia un denominatore comune che lega tutte le tracce. Questo fu uno svantaggio per il disco all’epoca della sua uscita, infatti parte della critica inizialmente lo stroncò ma dovette presto ricredersi. (quindi, se all’inizio non vi convince molto, insistete!)

Mi fermo qui per non dilungarmi troppo ma consiglio a chiunque non conosca già il disco in questione di ascoltarlo e, perché no, di informarsi sulla storia che stà dietro a questo capolavoro racchiusa in un documentario di un’ora intitolato: “Stones in Exile”.

zagor alle 23:41 del 18 dicembre 2017 ha scritto:

Auguri Keith