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R Recensione

7,5/10

There Will Be Blood

Without

Il trio varesino che un paio d’anni fa aveva impressionato con un disco d’esordio ottimo per capacità tecnica e originalità compositiva, pur rimanendo all’interno di un genere abbastanza codificato come il rock blues, torna con un nuovo lavoro ancora una volta intriso di atmosfere americane, sia per l’anima nera della musica, che per i testi, che si rifanno ad un immaginario letterario e cinematografico prettamente western e noir. 

Non è un caso se il quadro, inquietante, scelto per la copertina, è opera dell’artista statunitense Jeff Jordan, così come il nome della band deriva dal titolo di un film di Paul Thomas Anderson. I riferimenti cinematografici sono ancora ben presenti, ma anche la voglia di non prendersi troppo sul serio, come dimostra il video di “Ain't No Places, No Matter”. Primo singolo e brano d’apertura del disco, con “Ain't No Places, No Matter” si parte a razzo, con un riff di chitarra micidiale, per uno psycho blues mozzafiato, con cui Riccardo Giacomin e Davide Paccioretti alle chitarre e Mattia Castiglioni alla batteria mettono subito le carte in tavola.

Twister” è rock blues sporco e cattivo, i suoni sono al limite della distorsione, le chitarre abrasive, la batteria essenziale non perde un colpo, la voce graffia. Questo è il blues del terzo millennio, sulla scia del migliore Jon Spencer Blues Explosion. L’hard blues infuocato di “Truck” farebbe un figurone nelle scalette dei concerti degli ZZ Top, il blues indiavolato suonato a mille all’ora di “Moonshine” rivela un’anima punk, che in “Kneel To Your Slave” sconfina nello stoner

C’è così tanta America in questi brani, che davvero stupisce il fatto che i tre ragazzi vengano da Varese. Se è vero che il blues è la musica del diavolo, ecco arrivare i riti magici ed il “Voodoo, il fango e i vermi, e le anime in vendita di Souls Cart”, un hard blues and roll condito da grandi chitarre. Chitarre infuocate anche quando il ritmo rallenta, come in “My Face Carved In Stone”, uno slow blues carico di dolore e lacrime, e nessun rimorso, e in “Deepest Well”, un grido disperato, una richiesta di aiuto di un uomo in cerca di salvezza. E il blues acustico di “Snout” ci riporta alla mente gli Stones epoca “Exile On Main Street: chitarra acustica, voce intensa, e solo un paio di cucchiai come percussioni. Splendida.

In questo lavoro non c’è solo un grande amore per il blues, ma anche una profonda conoscenza del genere e dei temi trattati: “Swamp” è un blues immerso nella classicità al cento per cento, dal riff di chitarra alla frase iniziale del testo. E quando lasciano liberarsi le chitarre i There Will Be Blood sono inarrestabili: “Back No More” è ancora grande blues rock, con le chitarre che si inseguono scatenate, su cui si staglia la voce quasi urlante, per poi chiudersi solo voce e handclapping, quasi un gospel. E non sarà un caso che la seguente, conclusiva, “Last March”, con la batteria e le chitarre a tenere una ritmica ossessiva, quasi ritual, sia un canto di preghiera al Signore (“please lead my hands my Lord, help me to kill my foes, leave me the life I own get back where I belong”). 

Questo disco è un viaggio in profondità nel mondo del blues e dell’animo umano, un viaggio da cui si esce stesi, esausti e senza fiato. Se col disco d’esordio il trio varesino aveva sfiorato il capolavoro, qui si mantiene agli stessi livelli. Se fossero americani o inglesi, sarebbero già sulle prime pagine di tutte le riviste di settore.

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