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8/10

Eddie Vedder

Into The Wild

Leave it to me as I find a way to be / Consider me a satellite forever orbiting (“Guaranteed”)

Flashback anni 90

Un ragazzo inquieto e tormentato passa in un paio di anni dall’impiego in una pompa di benzina al ruolo di rockstar e icona di una generazione, con la stessa facilità con cui è solito cavalcare le onde col suo amato surf. La sbornia del successo è inebriante in quei babilonici anni, ma i gangli dello show business sono implacabili e perfidi. “Take my time, not my life”, afferma quel ragazzo sull’orlo del baratro, pensando all’amico Cobain avviluppato dentro il gorgo, iniziando un viaggio all’insegna della coerenza e del rigore che lo ha portato a superare quelle onde impervie.

Anno 2007

Sean Penn trasporta sullo schermo il romanzo Into The Wild di Jon Krakauer, ispirato alla vera storia di Chris McCandless: un brillante laureato che nella scorsa decade abbandonò l’autostrada asfaltata di una carriera agiata e sicura, per sterzare in un percorso geografico-esistenziale travagliato che l’avrebbe portato nelle lande desolate dell’Alaska, fino al tragico epilogo. E a chi meglio di Eddie Vedder, simbolo di quegli anni, Penn avrebbe potuto affidare la colonna sonora? Pare immaginarlo, quel Chris. Lasciandosi alle spalle una società ipocrita e alienante, con magari nel walkman qualche canzone dei Pearl Jam, tipo “Rearviewmirror”: “Once and for all I’m far away, hardly believe finally the shades are raised”…

Into The Wild” costituisce dunque il debutto solista del carismatico frontman dei Pearl Jam. Il quale per l’occasione rispolvera gli stilemi della sua migliore arte, troppo spesso lasciata nel cassetto dei ricordi negli ultimi anni. Eddie si cala nei panni del protagonista, contemplando il silenzio, cercando di trovare la propria voce e magari alla fine captare quella magia che ripaga le fatiche e gli smarrimenti, dando un senso compiuto all’esistenza. Nelle undici composizioni qui presenti, brevi e intense come un fermo immagine di Van Sant, si stendono paesaggi di volta in volta calmi e vividi, placide mareggiate di suoni e ballate sanguigne e avvolgenti, con l’ombra del vecchio compare Neil Young a stendere ovunque un velo dolcissimo nel delineare gli spazi infiniti americani e lo struggimento del protagonista. Eddie mette in primo piano la sua voce, virile e calda, capace di reggersi sopra un banjo (“No Ceiling”), un ukulele (“Rise”), o di evocare con uno sghembo organo ancestrali spiriti pellerossa nella lancinante “The Wolf”. Se la sei corde viene graffiata soltanto nelle innodiche “Far Behind” e “Setting Forth” o nel singolo “Hard Sun” (azzeccata cover di tal Robert Peterson) lo zenith è raggiunto quando si sfiora il nadir di malinconia, con Vedder che ricama squisiti madrigali acustici: “Long Nights”, “Society”, “End Of The Road” e la conclusiva “Guaranteed” ammaliano, suggellando l’album all’insegna del presagio.

Viaggiare? Per viaggiare, basta esistere” affermava Fernando Pessoa. E sia lodato Eddie Vedder per eistere ancora: il suo viaggio è ben lungi dall'essere concluso.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 31 voti.

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Peasyfloyd (ha votato 6 questo disco) alle 9:50 del 24 ottobre 2007 ha scritto:

disco non malvagio

però non mi sembra che oggi Vedder possa aggiungere molto a quello che ha già detto-fatto coi Pearl Jam. Si salva ma non ci vedo niente di eccezionale. Già così suona un bel pò ripetitivo rispetto ai dischi dei PJ. Dubito sia l'inizia di una buona carriera solista

simone coacci (ha votato 6 questo disco) alle 12:58 del 24 ottobre 2007 ha scritto:

Volenteroso ma scialbo "blue collar" rock

A livello sentimentale i Pearl Jam (e Eddie in particolare)sono per me l'equivalente di ciò che Lesbia rappresentava per Catullo: la cellula staminale del mio folle amore per il rock e il cordone ombelicale a cui si rimane pervicacemente avvinti per quanto uno tenti inutilmente di reciderlo. Certe canzoni e le sillogi di Eddie, cosi piane e accorate nella miglior tradizione americana della prosa in versi, cosi vicine alle illusioni e ai disincanti, alle gioie e ai dolori della gente comune, mi hanno letteralmente salvato la vita, cosa che è successa più d'una volta quand'ero ancora adolescente. Detto questo e nonostante le ultime tre canzoni riescano, vivaddio, a librarsi due spanne sopra le altre, debbo concordare con l'amico Peasy: se vuole ripercorrere la strada di Mark Lanegan, liberare la melodia sanguinante che spillava nel grunge e declinarla nell'epos quotidiano dei cantastorie avrà bisogno di prove ben più convicenti.

DonJunio, autore, alle 22:43 del 24 ottobre 2007 ha scritto:

Not for you!

Non penso sia l'inizio di una carriera solista alla Lanegan o (peggio!) alla Cornell: se avesse avuto queste intenzioni, ci avrebbe pensato ben prima. E' un disco nato in circostanze particolari, ed è capitato a fagiolo per fargli recuperare quella verve che ultimamente si era un po' afflosciata. Per me è un album convincente, memore delle migliori pagine dei PJ ( e come ho detto, per proprietà transitiva, di Neil Young, sia quello elegiaco, sia quello di frontiera di "dead Man"), che testimonia quanto Eddie, se vuole, sappia fare a meno del pilota automatico.

simone coacci (ha votato 6 questo disco) alle 13:03 del 25 ottobre 2007 ha scritto:

In effetti...

Probabile che tu abbia ragione, la mia in effetti era solo un ipotesi. Sarà che con quella voce potrebbe rendere esaltante anche la lettura della lista della spesa o della formazione dell'Inter, sarà che ormai gli voglio bene come a uno di famiglia, fatto sta che la considerazione di questo disco mi sta crescendo ascolto dopo ascolto: "Society" fa della mia spina dorsale un'autostrada di brividi, una vera gemma.

E chissà che effetto farà appaiata alle immagini, visto che Sean Penn col suo frammento di 9/11 e "Lupo Solitario" (soggetto tratto, fra l'altro a una canzone, "Highway Patrolman" di Bruce Springsteen) ha saputo regalarci squarci di grande cinema. Allego un 7 che fa media col 6 di prima e porta il tutto ad un 6,5 che meglio rispecchia il valore complessivo dell'album.

Nadine Otto (ha votato 8 questo disco) alle 21:06 del 10 febbraio 2008 ha scritto:

Gli occhi pieni dell'orrore della propria solitudine

Ho visto il film è stato, insieme al freschissimo "Once", uno dei film più emozionanti visti ultimamente al cinema e un bellissimo adattamento del libro di Krakauer.

Le note e parole di Eddie Vedder mi sono sembrate la perfetta traduzione in musica dei sentimenti del protagonista. Ascoltare la musica senza le immagini meravigliose di Penn non riesce sempre a traghettarne le emozioni, ma non mi dimentico come è rimasto di testa il fischio di libertà di "Guaranteed" che mi ha lasciato sognare di uno spazio deserto e tutto mio a lungo anche dopo il film.

Complimenti, oltre che al talentuoso Penn, a Vedder, e al nostro

recensore Junio!

swansong alle 18:27 del 11 marzo 2008 ha scritto:

Ho solo visto il film...

molto bello! Le canzoni evocative (nelle melodie) e struggenti (nei testi) mi sono sembrate in perfetta sintonia con la storia e con le immagini della pellicola.

Non voto il disco semplicemente perchè non ce l'ho, ma soprattutto perchè credo che con (quasi) tutte tutte le colonne sonore, la musica ascoltata senza il supporto visivo, perda molto significato ed into the wild non fà eccezione, anzi...

Lupetto (ha votato 10 questo disco) alle 11:45 del 19 luglio 2008 ha scritto:

capolavoro, che legato alle immagini visionarie del film, creano una magia musico-visiva.

Marco_Biasio (ha votato 9 questo disco) alle 21:45 del 25 ottobre 2008 ha scritto:

Film che mi manda in estasi, colonna sonora che mi scioglie il cuore...

george (ha votato 8 questo disco) alle 19:27 del 26 gennaio 2009 ha scritto:

sorpresa

era da no code che non ascoltavo con tanto piacere la voce di vedder

Roberto Maniglio (ha votato 7 questo disco) alle 0:28 del primo luglio 2009 ha scritto:

Discreto il disco. Ma permettetemi anche una nota di merito al film.

Emash (ha votato 9 questo disco) alle 9:58 del 30 luglio 2009 ha scritto:

Gioiello

Proprio bello.

Essenziale, intenso, adatto alla maestosità del film. Un Vedder maturo e riflessivo interpreta perfettamente l'anima trascendentalista alla base della produzione, tanto nei testi quanto nelle musiche.

Un disco che il buon Thoreau si sarebbe portato volentieri nei boschi!

gigino (ha votato 8 questo disco) alle 12:26 del 5 maggio 2010 ha scritto:

essenziale

A parte qualche parentesi evitabile se ascoltato come disco indipendente dal film, è davvero bello. La voce di Vedder torna calda e seducente come ai tempi migliori. Se poi viene ascoltato come colonna sonora è un capolavoro.

folktronic (ha votato 8 questo disco) alle 1:11 del 14 novembre 2010 ha scritto:

Film che mi manda in estasi, colonna sonora che mi scioglie il cuore... (cit Marco biasio)

Wrinzo (ha votato 9 questo disco) alle 13:32 del 7 marzo 2011 ha scritto:

Sarà che è probabilmente il film che da qualche anno a questa parte ha spinto la mia vita dov'è ora, sarà che non riesco a non piangere ogni volta che lo guardo, sarà che ho sempre sognato di poter vivere nella libertà più completa, senza nessun appiglio che mi impedisse di volare; ma trovo che questo (capo)lavoro di Eddie Wedder riesca a trasmettere gli ideali del film. Si passa da lente ballate a ritmi più incalzanti, in un turbinio malinconico ma libero.

The musical box (ha votato 9 questo disco) alle 21:59 del 27 maggio 2011 ha scritto:

la voce migliore degli ultimi 20 anni

alekk (ha votato 8 questo disco) alle 15:36 del 19 gennaio 2013 ha scritto:

splendido. una colonna sonora perfetta per un film perfetto. toccante,profondo,introspettivo. il disco va analizzato per l'unione con le immagini del film di sean penn,e per come descriva in maniera eccezionale gli stati d'animo del giovane alla ricerca di se stesso durante il suo viaggio. eddie vedder sa trasmettere emozioni come nessun altro cantante attuale

alekk (ha votato 8 questo disco) alle 15:36 del 19 gennaio 2013 ha scritto:

splendido. una colonna sonora perfetta per un film perfetto. toccante,profondo,introspettivo. il disco va analizzato per l'unione con le immagini del film di sean penn,e per come descriva in maniera eccezionale gli stati d'animo del giovane alla ricerca di se stesso durante il suo viaggio. eddie vedder sa trasmettere emozioni come nessun altro cantante attuale

classicsor (ha votato 8 questo disco) alle 23:38 del 30 agosto 2013 ha scritto:

disco molto solito e ripetitivo, non come melodia ma come stile, molta chitarra folk e poca chitarra elettrica, basso presente ma lascia il posto principale alla chitarra di Eddie e alla sua voce struggente. Comunque bel disco, non capolavoro, ho sentito di meglio, ma bel disco, per chi ha visto il film s'intona con le scene, penso che se Eddie avesse fatto un disco non per un film, o comunque no per dover ambientare la sua musica a una determinata scena di un film, probabilmente avrebbe espresso al meglio la sua musica, comquneu disco abbastanza sentito, da 8.