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R Recensione

7/10

Balmorhea

Constellations

Di post-rock, ne abbiamo fin sopra i capelli. Di band che emulano, rielaborano, ripropongono, pure. Delle pose intellettuali/alternative connaturate con una musica meditabonda, descrittiva, colta e “difficile”non vorremmo neppure più sentir parlare. Com’è allora che ci si ritrova ad ascoltare questo Constellations, quarta fatica del duo “espanso” Balmorhea, con gusto talmente genuino da essere proiettati dentro estasi proprie degli anni novanta? Una buona spiegazione potrebbe essere che i Balmorhea non fanno post-rock. Anzi, del post-rock, probabilmente, sono più stanchi di noi.

Apparso sulle scene con un album omonimo nel 2006, il duo formato da Rob Lowe (pianista di formazione classica) e Michael Muller (chitarrista meno ortodosso) è arrivato ad oggi pubblicando un album (splendido) all’anno, ampliando o contraendo l’ensemble in funzione sempre del progetto sonoro immaginato. Così, se al bellissimo Rivers Arms fu sufficiente una sezione d’archi e una chitarra per definire la dimensione pianistico-acustica che resta il loro marchio di fabbrica, per il successivo, più prossimo ai territori folk, All Is Wild, All Is Silent fu necessaria una vera e propria band, con percussioni, basso, archi, banjo e chitarre.

Un autentico crescendo, che trova corrispondenza tra l’aumento dei componenti e la progressiva (e relativa) complicazione delle partiture. Non sono però le stratificazioni complesse, evidentemente, ad interessare più di tanto la band texana. Non si spiegherebbe altrimenti il marcato ritorno all’essenzialità del passato che questo Constellations rappresenta. Una scelta consapevole, rischiosa, ma coerente con l’originale proposta di cui si è fatta coraggiosa ed integra portatrice in un mondo che parrebbe perfetto per rifiutarla: corde acustiche ed archi ricamano piéce pianistiche in odore di musica classica, dall’ampio respiro, articolate e magiche negli sviluppi armonici quanto nitide ed eleganti da recepire, belle nel loro crearsi quanto nello spegnersi in silenzi che non sono attese, ma musica anch’essi.

Una formula che potrebbe far pensare alla recente esperienza dei Rachel’s, non fosse che i riferimenti andrebbero ricercati fra i semi stessi che concorsero a generare la musica rock ed ancor più indietro nel tempo: l’essenziale nitore di Erik Satie, le espansioni (e l’anticonformismo) di Igor Stravinsky, la delicatezza soave di Debussy.

Modern (o post) classical è stato detto, per gli amanti delle definizioni di genere. Cosmo in musica, invece, per tutti gli altri. Quelli che delle definizioni di genere se ne fregano.

I Balmorhea di Constellations, dunque, riesumando caratteristiche del minimalismo primigenio, si sono presi qualche rischio. Già, perché c’è sempre qualcuno in attesa di un apparente passo indietro che legittimi un’invettiva accusatoria. Be’, le accuse, stavolta, a quel qualcuno si seccheranno in gola. Constellations non solo cela dietro la sua maschera di nostalgia un deciso slancio in avanti, ma si arroga il diritto di contendere a Rivers Arms il ruolo ambizioso di miglior lavoro del combo di Austin.

A partire dalla scaletta pressoché perfetta dei brani: l’intro (che è una dichiarazione e una dedica  fin dal titolo) To The Order Of Night, quasi un solo di pianoforte, più che essenziale ma seducente in egual misura, appena screziato da un pizzicato lontano; le reminescenze folk che portano alla centralità di Constellations e Steerage And The Lamp, vero cuore del lavoro, ancora condotte da un pianismo magistrale; la conclusione affidata a Palestrina, che pare davvero, e per l’ordine rigoroso e per i canti antichi che la pervadono, essere un omaggio al grande maestro italiano del VI secolo, genio della polifonia e del contrappunto, Giovanni Pietro Aloysi da Palestrina.

Si diceva di To The Order Of Night, che in apertura definisce le coordinate emozionali e temporali dell’intero lavoro: un disco composto durante l’inverno, intriso di solitudine, contemplazione, pace silente e devozione per la dimensione notturna che tutto questo acuisce. E non basta lo sviluppo incrementale del substrato folk di Bowsprit, la cui chitarra sorda è puntellata da un banjo squillate ed interrotta da aperture d’archi classicheggianti, o dell’uniforme Herons, suggestiva quanto posata nell’incedere acustico e regolare, per spostare il centro delle esecuzioni verso una più luminosa ambientazione diurna. La breve, scheletrica Winter Circle, così come la “quiete dopo la tempesta” della plumbea Night Squall, ed ancor più le già citate Constellations (drammatico dialogo fra chitarra e piano) e Steerage And The Lamp (apice del lavoro, contrapposizione di registri che giocano, si accarezzano e si scontrano, per poi andarsene insieme in un finale memorabile) sono momenti incredibili di lucifuga evocazione e descrittivismo musicale.

Se un’ombra di post rock è rimasta negli anfratti della musica dei Balmorhea, la si può ancora intravedere nella sola On The Weight Of Night: giro e melodia nel contrabbasso, drone d’archi a fare da tappeto e batteria lentissima, pesante e, in quest’unica apparizione, davvero indispensabile.

Nove brani, neppure quaranta minuti di musica, per un album che è tanto scorrevole quanto intenso, tanto arcano e profondo quanto lieve, conciliante nell’ascolto. Pur essendo inequivocabilmente un elogio della notte, non c’è angoscia in queste note, non c’è tristezza, ma solo la calma quieta e pacifica di una spiritualità elevatasi a flusso cosmico. Intellettualismi e costrizioni di sorta non trovano neppure uno spiraglio in cui insinuarsi. La raffinata, colta ricerca che si nasconde fra le pieghe dei brani resta nell’ombra, come un padre orgoglioso che, non visto, osserva il proprio figlio giocare da lontano.

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Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 13 voti.

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chinaski (ha votato 8 questo disco) alle 11:30 del 24 aprile 2010 ha scritto:

Per il momento, ma è colpa di mie fisime folk, " All Is Wild, All Is Silent" rimane a mio avviso il loro miglior lavoro. "Constellations", come hai scritto molto bene anche nella recensione, è un disco invernale e si porta con sè il silenzio, la riservatezza e il minimalismo di una fredda grigia giornata di gennaio. Un lavoro affascinante che viaggia su altissimi livelli empatici.

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 19:01 del 24 aprile 2010 ha scritto:

Pienamente d'accordo con Chinaski: "riservato" è l'aggettivo perfetto. Per dire, io che adoro il barocchismo strumentale e verdeggiante di "All is Wild, All is Silent" ho avuto una certa difficoltà ad apprezzare anche quest'ultimo, messo in conto che comunque è molto bello...

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 9:09 del 29 aprile 2010 ha scritto:

Bellissima rece, anche se io sicuramente apprezzo

meno di Paolo questo album. Intendiamoci, anch'io

sento momenti suggestivi e colgo le urgenze

espressive evidenziate nella recensione, ma sono

sopraffatto troppo spesso da reflussi soporiferi.

Night squall il mio brano preferito.

brian (ha votato 8 questo disco) alle 12:12 del 22 maggio 2010 ha scritto:

che bello, forse un pochino "incravattato" ma dal respiro spirituale

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 17:10 del 19 settembre 2010 ha scritto:

27 Ottobre, all'Init Club di Roma. Godo!

Utente non più registrato alle 23:19 del 25 novembre 2012 ha scritto:

Ho "scoperto" molto casualmente questo gruppo ascoltando le affascinanti note dell'ultimo Strangers uscire dalle casse del mitico Buscemi. Devo dire che mi stanno prendendo, così ho recuperato anche questo, ma devo ancora ascoltarmelo per bene.