Hauschka
Salon Des Amateurs
Portare fuori i cani alle volte può essere una buona scusa per portare fuori se stessi. Tra una pipì e l'altra capita infatti di liberare la testa dai mille e uno pensieri della giornata e godere di un relax immediato, al guinzaglio (lungo) di questo o quell'altro musicista di turno. Ad esplodere tra le cuffiette, nel nostro caso, è un pianista e compositore tedesco di nome Volker Bertelmann, personalità naif nell'aspetto e nei modi, ma estremamente imprevedibile e originale nella ricerca artistica. Intrecciando la chioma strumentale con archi, armonica e tromboni, gli Hauschka di Bertelmann sono pronti a mettere in scena un delicato gioco barocco.
Prima parte di questo divertissement modern-classical è l'esposizione delle regole... nessuna regola: bandita ogni convenzione, esorcizzati dogmi di solfeggio e quant'altro, Bertelmann spoglia letteralmente il suo pianoforte e ne apparecchia le nudità con mollette colorate, scatolette tic-tac, nastri adesivi, bacchette di legno messe per verticale e cianfrusaglie varie. Il risultato è a dir poco sorprendente, laddove questa particolare tecnica di "piano preparato", sperimentata ben prima da John Cage, riesce a costruire un regno completamente nuovo di battiti, note spezzettate, ticchettii legnosi e minuti controtempi al servizio di un carosello vivacissimo e fuori dal tempo (la splendida "Ping", l'altrettanto bella "Girls", sospesa da un violino malinconico e in crescendo tra i volteggi ripetuti del pianoforte). Una coralità di oggetti più che di strumenti - che di certo appaiono meno in mostra rispetto al bellissimo "Ferndorf" (2008) - sostenuta in alcuni casi da una batteria a cadenza sporadica, quasi isolata e appartata, oltre che da un'armonica a sonnecchiante apertura ("Subconcious"), e in altri da un controcoro dei tromboni in risposta ai lesti ritornelli di pianoforte ("Radar", il risveglio mattutino di "Taxitaxi"). In questa giostra dei mille dettagli ogni brano diventa manifesto unico per sè e all'opera tutta, piccole casette di quella periferia in seppia raffigurata in "Salòn Des Amateurs", loro ottavo album. Un pot-pourrì d'incastri e sfumature minimal che, quasi in somma algebrica, arricchisce di volta in volta il gusto istrionico dei brani e ne diffonde gli odori attraverso ambienti da camerette infantili ("No Sleep"), tra le cui mura rimbalzano i richiami acuti del pianoforte in costrasto al tema portante, dilatato nella parte centrale dai sospiri metallici del violino ("Two AM").
Scorre via così "Salòn Des Amateurs", tra impeti di creatività e sfarzi d'inventiva, rimandi continui ai Mùm e ai Rachel's più colti e ai Balmorhea più danzerecci, privo di effettive pause, anche se con qualche momento buio ("Tanzbein" e "Sunrise" con i suoi occhiolini strabici al sintetizzatore). Per una seconda parte un po' più stanca, comunque, una prima che disvela un manierismo educato nelle composizioni, mai eccessivo negli spunti, magari più avaro di emozioni rispetto a "Ferndorf", ma valido come pochi altri nel genere.
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