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6/10

The Cloisters

The Cloisters

Ormai lo abbiamo ben compreso: la volontà perseguita dalla Second Language Recordings è quella di selezionare artisti che con la loro musica esprimano un senso di continuità con la natura di paesaggi ancestrali: fosse questa anche semplicemente appartenente a un luogo dell'anima non rinvenibile su alcuna cartografia. L'abiura del rock da parte di Glen Johnson (leader dei Piano Magic e "patron" della Second Language), non potrebbe esprimersi in modo più definitivo ed eloquente. Ulteriore conferma l'opera omonima dei The Cloisters (un nome, un programma), ensemble diretto dal compositore inglese Michael Tanner. Le lunghe e distese trame sonore rimangono sospese fra ipotesi di musica contemporanea e dilatate teorie ambient, sebbene dalle suggestioni evocate affiorino tematiche accostabili alla musica antica. Allo scorrere dei fiumi sonori che sgorgano dalle composizioni si sovrappongono field-recordings, con lo scopo di ribadire il motivo ispiratore che ne è la fonte: l'osservazione del paesaggio agreste e della sua relazione con gli agenti atmosferici. Tanner guarda, con una soffusa nostalgia del passato, il suo Dorset – ma anche altri "luoghi d'origine" che hanno costituito le location dei suoi ricordi d’infanzia –  e cerca di ritrarlo in musica, usando i colori che il suo cuore gli suggerisce. Certo, nel sentire questo album in cuffia mentre si è imbottigliati nel traffico di una tangenziale o su una metro affollata, si può essere colti dall'impressione di ascoltare qualcosa di completamente fuori luogo, fuori dal tempo: e la tentazione di cambiare “colonna sonora” potrebbe farsi urgente. Se invece si supera questo impeto meccanico, frutto di nervosismo e di inquietudine, a ben vedere viene voglia di tenersi questa musica e di mutare semmai il panorama fino a raggiungere quello che idealmente più si sposa con ciò che scorre nelle orecchie. Perché, quanto sarebbe necessario imparare a contemplare anche per ore steli d'erba che si piegano al soffiare del vento piuttosto che passare in rassegna le perse espressioni dei visi di automobilisti imprigionati nelle loro abitacoli e piegati dalla loro routine quotidiana.

Viola, arpa, violoncello, organo da chiesa uniscono delicatamente le loro voci per cantare su inno al mondo pastorale, un inno che magari si perde un po’ nel manifestare un fuoco creativo, ma sicuramente efficace sotto il punto di vista dell’enfasi evocativa. Sono certo che gli attuali Sigur Ros molto amerebbero un disco dilatato come questo.

Aprirsi dunque alle possibilità dei The Cloisters significa tornare a visitare luoghi sconosciuti e allo stesso tempo familiari, ristabilendo con essi un senso di appartenenza. Immagini evocate da una memoria archetipica che lentamente si ridesta.

Chiunque acquisti l’album sul sito della Second Language riceverà anche un cd con altri 34, rilassatissimi, minuti di musica inedita.

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