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R Recensione

7/10

Eagles

Hotel California

Quest’opera, attraverso la quale il ben noto gruppo losangelino è generalmente percepito ed inquadrato (in Europa, perché in America il riferimento fondamentale è invece un “Greatest Hits” uscito  poco prima, che ha venduto dieci milioni di copie in più) è un disco decadente, oleoso, sottilmente antipatico. Fa il paio in questo, naturalmente a mio sentire, con un altro campione di estetizzante pop rock americano anni settanta, quel “Rumours” dei Fleetwood Mac  uscito un paio di mesi appresso a questo e ancor più venduto, suonando comunque alle mie orecchie allo stesso modo: caruccio, ma soprattutto narciso e kitch.

Anche la copertina dell’originale ellepì, fatta di un cartone particolarmente lucido e quasi laccato, effigiante un albergo a sei stelle di Hollywood al tramonto, è esplicativa di quel mondo di feste e di divertimento forzoso, di cocaina e di competitività, di falsità e di superficialità.

Amo profondamente questo gruppo, fra i miei preferiti in assoluto, ma se fosse per “Hotel California” (e ancor più per il  successivo, rimasticatissimo “The Long Run”) così non sarebbe. Per fortuna vi sono i primi quattro dischi, più senza dubbio qualcosa di questo (la canzone che intitola il disco, in primis) ed anche diversi episodi del recente “Long Road Out Of Eden” a corroborare la mia riconoscenza e stima per loro.

Queste nove canzoni hanno contribuito, e continuano a farlo ancora per buona parte, alla loro celebrità e ricchezza, ma c’è anche un rovescio della medaglia: tantissime persone, specie al di qua dell’Atlantico (di là c’è stata l’enorme diffusione di quella vendutissima raccolta di estratti dei primi lavori a rappresentare una più esaustiva messa a fuoco della loro proposta, come già detto), hanno ascoltato “Hotel California” ed inquadrato questi musicisti con gli aggettivi che ho speso poc’anzi nell’introduzione. Peccato.

Detto ciò, la canzone che intitola il lavoro resta una gran cosa, sommando in sé l’elegante intuizione armonica e chitarristica dell’arpeggio sulla 12 corde di Don Felder; poi una visionaria e sinistra rappresentazione della Los Angeles arrivista e stressata, metaforicamente descritta  nelle liriche come prigionia dorata e coatta nell’albergo/metropoli dello spettacolo e del rampantismo; e ancora, la estrosa voltura a reggae della ritmica, infine lo sterminato e liricissimo assolo di chitarra, prima distribuito alternativamente e infine armonizzato insieme, dei due solisti Felder e Joe Walsh, una vera e propria sortita una tantum nelle abitudini del Southern Rock.

L’unico vero country rock in scaletta, ovvero la successiva “New Kid In Town”, non mi ha mai scaldato più di tanto, apparendomi come un voluttuoso ma stereotipato esercizio di genere ad opera di Glenn Frey, uno dei due boss della formazione. Molto meglio l’acida e pressante ritmicità del terzo episodio “Life In The Fast Line”, intesa a rincarare la dose sull’argomento sesso droga e rock’n’roll (e dollari) e resa insolitamente affilata e pericolosa dalla forte personalità di Walsh alla chitarra elettrica.

Wasted Time” è una ballata pianistica che fa il paio col country rock di due episodi prima nel dare la stessa sensazione: raffinata, ragionata, autoindulgente, ruffiana, ponderosa. La sua ripresa orchestrale subito dopo (ai tempi dell’ellepì serviva ad avviare la seconda facciata), su supporto digitale perde ogni altro significato che non sia di riempitivo bello e buono, nonché di prologo a contrasto per il funky rock “Victim Of Love” a seguire, definibile come assolutamente niente di epocale.

La lenta ed atmosferica ballata di Walsh (sua anche l’interpretazione vocale) “Pretty Maids All In A Row” si muove bene ma stufa presto, ancor prima che gli uuh finali armonizzati l’avvolgano della patina Eagles (fin lì sembrava proprio un estratto di uno dei tanti dischi solisti del nostro). “Try And Love Again” a seguire fa quasi tristezza, essendo l’epitaffio (senza infamia e senza lode) del di lì a poco dimissionario bassista e cantante Randy Meisner, ormai al lumicino in quanto a residue energie psichiche dopo anni di vita sregolata, litigi e prevaricazioni da parte dei più carismatici colleghi Frey ed Henley.

Poco valore aggiunto perviene anche con l’ultimo contributo “The Last Resort”, ennesima ballata malinconica benché stavolta speranzosa, come a voler chiudere con una nota positiva, affidata per l’ennesima volta alla voce del batterista Don Henley.

Tutta questa sofferenza ed amarezza per l’agitata e insulsa vita “sulla corsia di sorpasso” produsse fama e soldi, nonché stress e cattivi sentimenti ancor più di prima. Le Aquile sono qui ancora ben lontane dall’aver toccato il fondo; persevereranno con costanza per ancora molti anni nella loro vita piena di problematiche verso successo, alcool, droga, rapporti affettivi, controllo ed inquadramento del proprio ego.

Oggi non è più così, da diverso tempo. Molti di loro ad esempio non abitano più nella tentatrice, e qui tanto vituperata, Città degli Angeli. Il gruppo è tuttora impegnato a girare il mondo ed autocelebrarsi attraverso l’esecuzione impeccabile e professionalissima di quel mucchio di belle canzoni che ha nel repertorio anni ‘70, ma col merito e la forza di poterne aggiungere anche di nuove e recenti (quelle del doppio album “The Road Out Of Even”, del 2007), alcune delle quali proprio niente male.         

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zagor 7/10
Walter59 7,5/10

C Commenti

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zagor (ha votato 7 questo disco) alle 9:41 del 29 marzo 2014 ha scritto:

Greatest HIts è giustamente il disco più venduto degli Eagles, sono la classica band di cui bisogna pescare gli episodi migliori nei loro dischi qua e la'. Qui la title track vale 10, il resto così così..."rumors" dei FM cmq è molto meglio!

nebraska82 (ha votato 7,5 questo disco) alle 15:29 del 3 aprile 2014 ha scritto:

classico disco da "autostrada".

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 7,5 questo disco) alle 15:11 del 7 maggio 2014 ha scritto:

definizione perfetta

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 9:23 del 6 aprile 2014 ha scritto:

Fra i best-seller più meritati che ricordi. Non mancano momenti di stanca e piccoli passi falsi (mi accodo a molte considerazioni della recensione), ma direi che la luce innaturale sprigionata dagli arpeggi della title-track, accompagnata a un saliscendi melodico che non stanca neppure al 300esimo ascolto e ad un testo particolare e immaginifico, basta e avanza per un giudizio più che positivo.

REBBY alle 19:53 del 6 aprile 2014 ha scritto:

La title-track è semplicemente superba (quante volte l'ho mandata in radio ai suoi tempi...), il resto è fuffa. E se lo dice, quasi, un fan dichiarato del gruppo come Pier Paolo sembrerebbe, quasi, un dato oggettivo. 9 alla canzone Hotel California 5 all'album Hotel California. Peccato che al greatest hits menzionato in rece manchi sto pezzo eheh sarebbe perfetto.

glamorgan alle 15:31 del 23 aprile 2014 ha scritto:

David Crosby a proposito degli Eagles diceva..... Boring. Hanno pure scopiazzato la melodia di hotel california da, se non sbaglio, i Jethro Tull. A mio avviso rappresentano il gruppo preferito di chi ha una conoscenza lacunosa e superficiale della musica di quel periodo. Byrds,Doors,Love,CCR se li mangiano a questi qua......

zagor (ha votato 7 questo disco) alle 17:09 del 23 aprile 2014 ha scritto:

l'attacco di "hotel california" è identico a quello di "angie" delle pietre, di tre anni prima

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 7,5 questo disco) alle 15:09 del 7 maggio 2014 ha scritto:

praticamente ora resta da capire solo a chi hanno fregato l'assolo

zagor (ha votato 7 questo disco) alle 14:45 del 15 maggio 2014 ha scritto:

LOL, quello dovrebbe essere abbastanza originale, anzi è la cosa migliore che abbiano mai fatto....certo, il modello su cui l'hanno plasmato è quello, inarrivabile, di "Free Bird" dei Lynyrd.....

D10S alle 15:35 del 23 aprile 2014 ha scritto:

Gli Eagles mi sono talmente insipidi che non saprei nemmeno giudicarli, solo tanta tanta noia..

PierPaolo, autore, alle 22:00 del 15 maggio 2014 ha scritto:

... che però non è un duetto fra due chitarristi diversi bensì un unico, torrenziale assolo del povero Allen Collins, che doppia se stesso nelle parti armonizzate. Trovo non del tutto impropri ma comenque azzardati i tuoi accostamenti, con un sapore d'astio e di prevenzione. Anche quello con "Angie"... boh, a questo punto tutte le canzoni che cominciano con un arpeggio acustico in tono minore, introducono la voce a cadenza vagamente blues e poi si evolvono con un'orchestrazione più ricca partono dallo stesso modello. Con questo modo di ragionare ad esempio "Roadhouse Blues" dei Doors sarebbe criticabile in quanto derivata da (esempio) "I Heard It To The Grapevine" o altri mille altri rhythm&blues simili. In quanto a "Free Bird", a parte l'assolone finale che è da me amatissimo, l'ho sempre giudicata discretamente noiosa... molto prevedibile nello sviluppo melodico, per niente degna di lode se non avesse quella coda strumentale così energica e brillante.

zagor (ha votato 7 questo disco) alle 19:36 del 17 maggio 2014 ha scritto:

Ma no, PierPaolo, nessun astio e prevenzione da parte mia...in fondo ho messo al disco il tuo stesso voto e ho scritto che la title track è da 10...insomma, mi sa che sugli Eagles la pensiamo allo stesso modo: una band formata da eccelsi musicisti che ha mischiato alcuni fermenti musicali degli anni 70 ( country-rock, AOR, etc) diventando popolarissima...poi tu stesso nella rece hai parlato di southern rock per l'assolo di HC...per quanto riguarda l'intro anche qui nessuna polemica...pure quelo di "Stairway to heaven" ricalca un po' quello di "Taurus" degli Spirit, cio' non toglie che anche quello sia un pezzo da 10.

zagor (ha votato 7 questo disco) alle 14:02 del 19 gennaio 2016 ha scritto:

Glenn Frey R.I.P.

Totalblamblam alle 14:45 del 19 gennaio 2016 ha scritto:

ormai il rock muore e per davvero . i sostituti non ci sono perche' oggi non c'e' piu' tutta quella mitologia che ha reso il rock unico. internet, l'era digitale ha spazzato molte cose anche troppe. ahime' che tristezza . R.I.P

Paolo Nuzzi (ha votato 8 questo disco) alle 14:53 del 19 gennaio 2016 ha scritto:

Sottoscrivo in pieno!

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 18:27 del 19 gennaio 2016 ha scritto:

Internet ha portato democrazia, libertà, possibilità di parlare di musica e di conoscere la musica. Detto altrimenti, ha portato avanti il lavoro delle fanzines indipendenti e di tutto l'universo musicale dimenticato da ciò che stava in superficie. La morte del rock come mito c'è stata, ma ben prima che ci fosse Internet, che anzi forse l'ha aiutata a risorgere, o comunque l'ha tenuta in vita.

Torno IT: bellissimo disco, gruppo capace di sfornare singoli notevoli, alcuni bellissimi. RIP Mr. Frey,

Totalblamblam alle 20:00 del 19 gennaio 2016 ha scritto:

sarà ma ha anche affossato l'industria discografica con tutta questa presunta libertà